Nicola Matteucci

Bipolarismo vituale.

Da "il Giornale" -  28 Aprile 1999


Ci si lamenta che in Italia si leggono poco i giornali. Il fatto è vero, esecrabile senz’altro: ma bisogna anche porsi dal punto di vista del lettore. Per dovere professionale leggo diversi quotidiani, ma le pagine che si riferiscono alla politica interna generano in me un sentimento di noia e di nausea. Non per colpa dei giornalisti, ma per lo stato confusionale, quasi comatoso, in cui versa la nostra classe politica. I principali esponenti dicono e non dicono, si contraddicono, sono reticenti o pronti alle smentite. Non ci si raccapezza nella maniera più assoluta; e i più bravi giornalisti cercano una razionalità negli avvenimenti quotidiani, ma è una razionalità che resta effimera. Si parla tanto dell’imminente elezione del presidente della Repubblica o del tentativo di varare una nuova legge elettorale, lasciando sullo sfondo la tragedia del Kosovo o degli insistenti ammonimenti del governatore della banca d’Italia sui pericoli di una grave crisi economica, se non si adottano per tempo drastiche misure, soprattutto sulle pensioni.

Tutto questo chiacchiericcio è consono a un regime oligarchico, dove tutti per ragioni di potere vogliono farsi valere, e non a un regime democratico, dove si sa che il giudice in ultima istanza resta il popolo. Ma in questo chiacchiericcio il popolo resta assente; e la gente legge sempre meno le cronache politiche dei giornali. Per uscire da questo stato di seminfermità mentale bisogna tornare ai grandi princìpi metapolitici, sui quali si fonda la democrazia, princìpi che da secoli dimostrano la loro validità. Ma ce li siamo dimenticati, perché di essi l’oligarchia ha paura.

Prendiamo l’elezione del presidente della Repubblica. Mi diverto ogni giorno a leggere sui diversi giornali il termometro del Colle, dove c’è chi scende e c’è chi sale. Ovviamente questi termometri differiscono fra loro, perché sono basati su voci, si indiscrezioni, su supposizioni, perché i notabili non amano scoprirsi e forse non sanno neanche su quale cavallo puntare. Se, per caso, fanno un nome si può star sicuri che questa è una mossa tattica, perché hanno un altro pensiero nella testa. Non è meglio fare un’elezione alla luce del sole e non negli intrighi dei palazzi? Il presidente della Repubblica rappresenta l’unità dello Stato e quindi il popolo. Perché non attuare in quest’occasione il grande principio della sovranità popolare, sottraendo all’oligarchia quest’elezione? I sondaggi danno Emma Bonino in ottima posizione, ma l’oligarchia non la prenderà neppure in considerazione.

Veniamo alla riforma della legge elettorale. In molti c’è la pretesa di mettere le braghe alla storia pur di realizzare un sistema bipolare. Ma non fanno i conti con la realtà. Un vero sistema bipolare può darsi solo dove ci sono due partiti e in Italia abbiamo un pluripartitismo esasperato: basta vedere i simboli (cinquantotto!) che sono stati presentati per le elezioni europee. Questo plutripartitismo resta ancora polarizzato, come scrisse Giovanni sartori, soprattutto per l’esistenza di Rifondazione comunista fermissima nel difendere le posizioni del passato. Così abbiamo avuto un bipolarismo con una coalizione a sinistra ben poco omogenea. In presidente Romano Prodi nella politica economica ubbidiva a Rifondazione comunista, mentre nella politica estera era costretto ad accettare i voti del Polo per la libertà. Questo non è bipolarismo. Il cittadino ha il diritto di sapere per chi vota; e questo non è possibile dove ci sono coalizioni eterogenee disponibili a qualsiasi politica.

Rosario Romeo, nella sua monumentale biografia su Cavour, ha sostenuto che i periodi più positivi della storia d’Italia sono stati caratterizzati da coalizioni di centrosinistra, il cui nerbo era costituito dal centro cui la sinistra si poggiava. Ma, forse, avrebbe anche ragione per il presente. E questa è un’arma per chi desidera il ritorno alla proporzionale dove uno sa sotto quale bandiera schierarsi.

 

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