Nicola Matteucci
Parte proprio da Bologna la rossa il disfacimento dei postcomunisti.
Da "il Giornale" - 4 Marzo 1999
Fino a ieri il Partito comunista additava in Italia e in Europa Bologna come una trasparente vetrina del buongoverno. Questo giudizio oggi si può capovolgere e si può leggere nelle vicende bolognesi in chiare lettere tutta la crisi epocale del Partito comunista, che poi assumerà altri nomi come Partito democratico della sinistra e poi Democratici di sinistra. La crisi a Bologna non nasce dal crollo del muro di Berlino o dalla svolta annunciata proprio a Bologna da Achille Occhetto. Essa risale molto più addietro nel tempo.
Giuseppe Dozza, il primo sindaco di Bologna dopo la liberazione, apparteneva ai vertici del Partito comunista. Egli fu un buon sindaco: i "benpensanti", che votavano liberale, gli riconoscevano il merito di chiudere il bilancio in pareggio. Nella sua giunta figuravano persone di altissima professionalità e nellamministrazione cerano persone che sapevano guardar lontano: nacque in quei tempi lidea avveniristica della tangenziale, oggi paurosamente intasata e che non si può allargare per lopposizione dei verdi, dei quali le recenti amministrazioni sono state costantemente succube. E con le pedonalizzazioni hanno creato solo oasi per drogati e delinquenti.
Giuseppe Dozza era un comunista non fazioso: non prendeva ordini da via Barberia, la bella sede del partito; e voleva che il consiglio comunale fosse il centro della vita politica della città. Questo lo si vide chiaramente nel 1956 in occasione della rivoluzione ungherese: forse per un suggerimento di Giuseppe Dossetti, capo dellopposizione, ci fu un lungo dibattito nel consiglio comunale, duro e appassionato, ma da entrambe le sponde era sincero ed autentico. Allora si vide che nei comunisti più duri qualcosa si era incrinato. Oggi il consiglio comunale non è più il centro della vita politica di Bologna: tutto viene deciso in commissioni nelle quali non cè visibilità e trasparenza.
La federazione comunista era la più forte dItalia, sia per il numero degli iscritti, sia per i contributi versati al centro romano, sia per la grande capacità organizzativa (pensiamo soltanto ai numerosi festival dellUnità). Eppure al centro non aveva un adeguato peso politico, era sottorappresentata. Ma nella provincia di Bologna e nella regione Emilia-Romagna i comunisti erano riusciti a conquistare la grande eredità socialista: le cooperative, i sindacati, i circoli ricreativi. Questo imponeva loro di fare i conti con la realtà e cioè di diventare amministratori e non semplici comizianti per catturare il consenso.
Così, auspice Giorgio Amendola, durante il ventesimo congresso del partito prese consistenza una forza bolognese ed emiliana migliorista e riformista, che ebbe come protagonista Giorgio Fanti, il sindaco succeduto a Dozza e poi presidente della giunta regionale. Il centro romano questo non lo poteva sopportare e nella battaglia vinse Pietro Ingrao. Giorgio Fanti venne sradicato da Bologna e mandato nel Parlamento europeo; il suo successore in Regione, che ne condivideva la politica, esiliato nelle cooperative. Un grande dibattito politico, teso al rinnovamento del partito, era così stato spento e, al suo posto, dominarono presso i funzionari, sempre scelti e promossi dallalto, le confuse elucubrazioni di Ingrao.
Il 18 dicembre Giorgio Guazzaloca, presidente dellAssociazione commercianti e in passato presidente della Camera di commercio, presentò direttamente ai cittadini bolognesi al di fuori di ogni mediazione partitica la propria candidatura a sindaco, che, col tempo, ottenne nella città sempre più larghi consensi. Questo sorprese un partito che dal dopoguerra aveva sempre governato la città con i suoi uomini: anzi lo scompigliò e lo inceppò. Si sono fatti tre nomi interni al partito, lun contro laltro armati. Un dirigente ha parlato apertamente di una guerra per "bande" ma io preferirei il termine di fazioni tra le quali sera persa la resa dei conti. Sono fazioni interne alla burocrazia del partito senza un progetto per il futuro e ormai sradicate dalla società reale. Sono ormai soltanto uomini che pensano solo alla carriera e al futuro, ma lunità del vecchio apparato si sta sgretolando. Il nome più prestigioso, quello di Antonio Laforgia, ha già dato le dimissioni da presidente della Regione ed è passato con lUlivo di Prodi. Così proprio a Bologna, la città comunista per antonomasia, possiamo leggere i primi segni della frantumazione e del disfacimento di un partito che tutti consideravano un monolito inossidabile.
| Ritorna alla Pagina Precedente |