Nicola Matteucci

Ci servono le europee per capire l'Italia.

Da "il Giornale" -  10 Febbraio 1999


Romano Prodi, decidendo di presentarsi alle elezioni europee con il suo (per ora) movimento Democratici per l’Ulivo, ha rotto con un antico principio su cui si è quasi sempre basata la lotta politica in Italia: la mediazione. Questa scelta di rottura ha naturalmente indispettito e preoccupato i democratici di sinistra e i popolari: giustamente temono che con questa nuova lista (dove ci sono anche Di Pietro e il partito dei sindaci) possano subire una perdita di consensi elettorali. Il vecchio Ulivo, che aveva vinto le elezioni, si basava sull’alleanza di questi due partiti.

Romano Prodi continua a insistere che il suo fine resta lo stesso: il bipolarismo. Ma, per raggiungerlo, secondo Prodi bisogna fare scelte di rottura, perché questi partiti sanno soltanto conservare l’esistente, e così si propone come detonatore esplosivo per cambiare le regole del gioco. Vorrei fare alcune considerazioni non di polemica politica, ma di analisi sistemica, come si dice in gergo. Sentiamo – non solo da Prodi – formulati tanti programmi, ma tutti mancano di una approfondita analisi della realtà. La politica si fa partendo dalla realtà e non da bellissimi progetti come il bipolarismo, del quale quasi tutti (politici e validi opinionisti) si professano seguaci.

Il vero bipolarismo si realizza solo con un sistema bipartitico. In Italia, come tutti sanno, abbiamo più partiti; e questo fatto è stato aggravato dall’ultima legge elettorale, il cosiddetto mattarellum, che doveva portarci verso l’agognato bipolarismo. Così al posto dei due partiti si sono realizzate due coalizioni. Le coalizioni, per reggere, non devono essere alleanze occasionali: devono avere un minimo di cultura comune sia per la politica estera che per la politica interna, e devono essere dirette dal leader del partito che nella maggioranza ha ottenuto il maggior numero di voti. Nei sistemi bipartitici si vota per un leader, che è anche il leader del partito. Su questi punti il nostri bipolarismo è del tutto imperfetto.

Tutte queste imperfezioni sono venute alla luce con i due famosi ribaltoni, il primo contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il secondo contro il presidente del Consiglio Romano Prodi. Si sono fatte tante polemiche: essi avevano avuto un mandato elettorale direttamente dal popolo e quindi bisognava procedere a nuove elezioni. Ma programmi politici, più o meno condivisi, e una legge elettorale non cambiano una Costituzione; e la nostra resta una Costituzione parlamentare, nella quale il capo del governo deve avere soltanto la fiducia della maggioranza delle due Camere. Il presidente della Repubblica non poteva che essere fedele al principio del parlamentarismo e i parlamentari erano della massima parte d’accordo con lui. Perché così avevano più potere per procedere ai ribaltini. Ma questo ha provocato un’anarchia parlamentare: leggiamo sui giornali di un continuo passaggio di deputati da un gruppo all’altro.

Il referendum non ci porterà certo verso il bipolarismo: gli indecisi fautori, i fautori tiepidi, gli avversari dell’abolizione dalla legge elettorale della quota proporzionale si trovano in entrambe gli schieramenti, e così scompare la distinzione tra destra e sinistra. Romano Prodi, fautore del bipolarismo, inneggia alla competition, ma , a leggere i giornali, sembra che la sola competizione sia oggi fra il nuovo Ulivo e il vecchio Pds. L’odiata destra è stata ibernata, perché la sua non esistenza dà tranquillità a chi cerca di salvarsi agitando il nuovo mito delle primarie.

Il momento della verità si avrà solo con le elezioni europee, che si terranno – giova ripeterlo – con una legge rigorosamente proporzionale. Per un giocatore di poker questo è il momento del "vedo" e allora non si potrà bluffare o barare. Gli italiani allora finalmente sapranno quanto pesano questi partiti, questi partitini, questi gruppi, questi movimenti. La ricostruzione del sistema politico ha bisogno di questo momento di chiarezza, per sconfiggere i giochi delle nostre piccole oligarchie.

 

 

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