Nicola Matteucci
Per i politici dell'Ulivo la cultura si chiama clientela.
Da "il Giornale" - 20 Marzo 1998
Puntualizzare i rapporti che si danno in Italia tra politica e cultura può servire a chiarire uno spaccato della vita del nostro Paese per tanti aspetti così anomalo rispetto alle altre nazioni. Sono rapporti assai complessi per la varietà e la diversità delle situazioni, per cui bisogna stare attenti a non fare di tutta l'erba un fascio.
Accenneremo brevemente a due episodi scandalosi, per cui si può veramente parlare di una cultura di regime. Il ministro della Pubblica istruzione, onorevole Berlinguer, vuole che nell'ultimo anno l'insegnamento della storia si concentri sul Novecento e poi pensa di affidare la compilazione dei nuovi testi agli Istituti storici della Resistenza. Ora il presidente nazionale di questi Istituti, Gaetano Arfè, storico di vaglia e già deputato socialista, si è dimesso dalla sua carica per protesta contro la faziosità di questi Istituti, che vogliono fare soltanto una storiografiadi partito e imporci cosi una mistica antifascista. Di Totò che visse due volte, il famoso e scandaloso film patrocinato da Walter Veltroni, si è già parlato molto e, nonostante tutto, avrà un finanziamento dallo Stato. Veltroni appoggia solo amici e clienti e ci fa rimpiangere il ministro del passato regime Giuseppe Bottai. Almeno era un uomo di cultura. Insomma la sinistra al potere pratica ancora la politica che fu del fascismo: è il governo che decide sulla cultura.
Ma veniamo a cose più serie. Per governare una società industriale avanzata ci vogliono anche conoscenze professionali e scientifiche. Non voglio rispolverare il mito della tecnocrazia, ma senza economisti e politologi che - da indipendenti - dibattano sulle riviste e sui giornali i problemi sul tappeto le buone soluzioni non si trovano: conoscere per deliberare era il motto di Luigi Einaudi.
In Italia abbiamo due ottime corporazioni accademiche di economisti e di politologi orgogliose della propria professionalità e della propria indipendenza. La cosa strana è che nelle loro corporazioni non ci sono gravi spaccature politiche e sulla soluzione di molti problemi sono sostanzialmente d'accordo.
La cosa grave è che la classe politica non utilizza queste competenze scientifiche e, quando fa conto di farlo, tutto poi sarena nei cassetti. La fine della commissione presieduta da Paolo Onofri (persona di grande rigore scientifico e morale) è sintomatica. Per il nostro ceto al governo tutti i problemi sono essenzialmente politici, non ha assolutamente una mentalità pragmatica, con cui valutare e verificare le conseguenze di certe scelte, con cui tenere presenti i possibili effetti, perversi di certe azioni. É sostanzialmente provinciale: guarda solo all'elettorato e non fuori d'Italia. Ora si comincia a parlare bene della rivoluzione liberale di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan, sino a ieri demonizzati. Hanno ottenuto ottimi risultati, ma ci si guarda bene dall'imitarli.
Il limite della nostra cultura e anche del mondo occidentale è quello di non essere riuscito a esprimere idee forti allaltezza dei tempi. Rispetto al passato noi viviamo in unetà di intense, profonde e rapidissime trasformazioni. Si parla - giustamente - di una globalizzazione dell'economia, che non cancella però le etnie (pensiamo allIndia e ai Balcani) in difesa della loro cultura, mentre il monod islamico vuole lo sviluppo, ma in una chiave culturale diversa da quella occidentale. La rivoluzione elettronica ci ha ormai portati a viaggiare in Intemet, che mette in comunicazione persone che non si conoscono; e i fanatici parlano ormai della morte del libro. Le intense migrazioni portano alla formazione di società plurietniche, con culture assai diverse e lontane. Nessuno sa dove stiamo andando, mentre il futuro ci piomba addosso.
La sola persona che ottiene il massimo di ascolto e guarda preoccupata al futuro è il Papa. Ma egli si appella ai valori della tradi zione, lentamente elaborati nel passato. Mentre il filosofo liberale Friedrich von Hayek ha sempre sostenuto questa posizione che ancora l'uomo ha delle certezze, gli intellettuali non solo italiani hanno scelto la strada della dissacrazione, una dissacrazione che crea solo il vuoto. In questo vuoto fioriscono spontaneamente movimenti effimeri, come quello della New age. Sono profezie oscure come tutte le profezie: in alcune si parla di un'imminente fine del mondo, basandosi sulla tradizione astrologica, in altre di una nuova era di felicità e di pace per un rinnovamento interno delluomo. Esse sono il segno delle nostre inquietudini.
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