Vittorio Mathieu

Finanziamento pubblico.

Privatizziamo anche i partiti.

Da "il Giornale" - 10 Dicembre 1998


La frode del 4 per mille è stata bloccata: ma, frattanto, ha riportato l’attenzione del pubblico sul problema del finanziamento ai partiti. I contribuenti non sembrano entusiasti di devolvere una parte di quanto versato in imposte a questo scopo (gestito con criteri automatici), anche se non ci rimettono nulla. Ancor meno entusiasti forse sarebbero, se si rendessero conto che c’è un’altra via, più subdola, attraverso cui finanziano i partiti: la retribuzione ai parlamentari di ogni ordine e grado. Di fatto, consiglieri regionali, deputati e senatori, parlamentari europei sono pagati dall’erario, ma svolgono per i partiti compiti che costerebbero moltissimo se dovessero essere retribuiti a professionisti ad hoc. Un po’ di lavoro dei membri dei corpi elettivi è svolto nelle commissioni (a parte chi lavora a tempo pieno per il governo o la giunta); ma l’attività più intensa è svolta a favore del partito, e vale assai più della modesta percentuale sugli emolumenti, che l’eletto versa in denaro. Difficilmente uno impegna una sua specifica competenza nell’elaborare le leggi: quasi sempre si limita a votarle, seguendo le indicazioni del capogruppo. Quando non lo fa, è perché c’è stato un equivoco: o, peggio, perché è indisciplinato e segue le indicazioni di qualcun altro.

Sotto questo riguardo, la pratica dei "pianisti" si potrebbe generalizzare: ad ogni elezione basterebbe assegnare a ciascun partito un peso proporzionale ai voti ricevuti, e poi far premere il tasto da un solo incaricato. L’eloquenza parlamentare ne soffrirebbe, ma si otterrebbe un’economia e si avrebbe, fra l’altro, il vantaggio di evitare ribaltoni. I partiti, tuttavia, ci perderebbero: verrebbe loro mancare la collaborazione di persone preziose per l’elaborazione della linea politica.

Infatti, mentre le aule sono spesso deserte o quasi, i parlamentari si lamentano di condurre una vita faticosa, impegnati dal mattino alla sera in riunioni interminabili, al cui risultato non hanno interesse. Peggio: se lo hanno, non riescono a farlo prevalere. Per questo la maggioranza di loro - di cui il pubblico non conosce neppure il nome - viene qualificata con la qualifica di "peones". Ma lo Stato spende per loro e per chi li aiuta somme ingenti, e dà l’impressione che siano dei privilegiati sociali. Con ciò non voglio esprimere alcun giudizio morale o tecnico negativo: dico soltanto che buona parte di ciò che lo Stato o le regioni spendono per i parlamentari va considerata come una forma di finanziamento ai partiti. Del resto, in certo senso dovuta, se la politica si elabora in sede di partito e non di assemblea.

I propositi di ridurre il numero di parlamentari sono accolti, perciò, con sfavore, non solo da chi ambisce a quelle funzioni, ma soprattutto da chi ha la responsabilità di un partito e si domanda (con angoscia crescente dopo tangentopoli) con quali mezzi e con quali aiuti vi farà fronte.

L’obiettivo dei partiti tocca il tema cruciale del loro rapporto con la democrazia, la cui degenerazione è espressa con una crasi linguisticamente scorretta, ma appunto perciò appropriata: partitocrazia. Se la politica è elaborata all’interno dei partiti, anziché nelle sue sedi istituzionali, è naturale che i partiti la trattino come cosa loro e pretendano di esserne pagati. Però, visto che la Costituzione tratta i partiti come enti privati, meglio sarebbe se li gestissero i privati con fondi privati, e con quella "trasparenza" che è bene tener ferma, ma su cui è il caso di non far troppo conto, viste le stravaganze cui dà luogo (pur in società così diverse tra loro come l’americana e la russa) quando la si pretende perfetta. Basta che non si esageri: ossia che gli eletti non credano che i loro doveri pubblici siano sostituibili del tutto con compiti privati.

Ora, tra sei mesi, i partiti avranno una ghiotta occasione per concorrere a questa forma di finanziamento: le elezioni europee. Strasburgo è meno assorbente di Roma, e non ha la facoltà neppur formale di prendere decisioni operative. Perciò è giusto che i parlamentari europei lavorino più degli altri per il partito, senza il quale, tra l’altro, avrebbero molta più difficoltà a farsi eleggere. Ma appunto perciò è convenienza dei partiti scegliere candidati affidabili e forniti di prestigio. Evitando, inoltre, di accollare più mansioni parlamentari a uno stesso soggetto: sia perché il titolare di più mandati contemporanei non avrebbe modo di dedicarsi al partito senza trascurare del tutto i suoi doveri pubblici, sia perché, in quel caso, in luogo di due parlamentari da utilizzare il partito ne avrebbe uno solo.

 

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