Antonio Martino

Lo statalismo padre di tutte le corruzioni.

Da "il Resto del Carlino" - 31 Gennaio 2000


Vorrei esaminare da un diverso punto di vista il problema della corruzione, di cui si è già occupata da par suo Ida Magli su queste colonne. Il punto di partenza ineludibile è che la corruzione è sempre ovunque fenomeno politico. La comprensione di questa, che per modestia chiamo «legge di Martino», è essenziale se vogliamo davvero liberarci da questa maledizione.

Prendiamo, per esempio, il caso delle tangenti: è evidente che sono possibili solo se la «mancia» va a persona diversa da quelle che sopportano l'intero costo dell'operazione, solo se cioè la mancia va al corrotto ed il costo grava sui contribuenti. La causa vera della corruzione, in altri termini, è una sola: lo statalismo, che costituisce da sempre condizione necessaria, anche se forse non sempre sufficiente, di malcostume.

Che le cose stiano in questi termini lo conferma la storia, con gli innumerevoli episodi di corruzione, per esempio nelle forniture militari, che, ben noti in epoca romana, risalgono in realtà alla notte dei tempi, quando il capitalismo non era nemmeno in mente Dei.

Non venga quindi il solito sociologo d'accatto a commentare le vicende giudiziarie di oggi dandone la colpa al capitalismo: sarebbe grottesco. Il danno che il contribuente subisce dalla corruzione non è rappresentato dalla tangente intascata dal corrotto quella è soltanto una percentuale abbastanza ridotta del totale ma dalla spesa inutile o artatamente gonfiata che ha come unico scopo quello di consentire al corrotto di percepire la tangente. Ora, se accettiamo questa ovvia considerazione ci rendiamo conto che il fenomeno della corruzione è molto più ampio e sfuggente di quanto appaia a prima vista.

Il danno sociale è infatti connesso a tutte quelle spese pubbliche che potrebbero essere evitate perché non servono l’interesse generale. Ed è perlomeno dubbio che non esistano spese pubbliche inutili o artatamente gonfiate quando il settore pubblico spende, come accade oggi in Italia, ben oltre un milione di miliardi all’anno, cioè quasi due miliardi al minuto!
Stando così le cose, la posizione di quanti ritengono che la soluzione del problema vada cercata nella scelta di politici incorruttibili, appare assai debole: l’offerta di santi non è mai stata molto abbondante. Oltre tutto, come sostenuto dall’arcivescovo di Dublino Richard Whately (1787 - 1863), «chi sostiene che l’onestà è la migliore politica non è un uomo onesto».
Lasciamo quindi agli utopisti l’ingenua illusione che, grazie ad una qualche miracolosa ricetta, sia possibile «cambiare gli uomini», creare l’uomo nuovo, puro ed incontaminato servitore dell’interesse generale. Dobbiamo, invece, renderci conto che è l’occasione che fa l’uomo politico, per usare una versione aggiornata di un vecchio detto, e, se vogliamo davvero sconfiggere la corruzione, dobbiamo ridurre al minimo le occasioni che il processo politico inevitabilmente offre di lucro privato a danno dell’interesse pubblico.
La corruzione è sempre ed ovunque compagna inseparabile dell’intervento pubblico e le sue dimensioni aumentano al crescere del settore pubblico. Dei Paesi comunisti si diceva che, in essi, la corruzione non era un problema, era la soluzione. Se vogliamo davvero liberarci di questo deplorevole bubbone sociale, se vogliamo davvero moralizzare la nostra società, dobbiamo ridimensionare drasticamente e subito l’ambito di intervento pubblico; dobbiamo, cioè, espellere la politica dall’economia, sburocratizzare la società e depoliticizzare la vita.

Quanto poi al finanziamento della politica, alla luce dell’esperienza, solo chi è in mala fede può sostenere che il finanziamento pubblico dei partiti risolve il problema della moralità pubblica. Molto meglio un finanziamento spontaneo, libero, privato e trasparente, che un finanziamento coercitivo, che costringa tutti i contribuenti, volenti o nolenti, a finanziare tutti i partiti, anche quelli che non godono delle loro simpatie, e che, creando una ragnatela di «regole» intricate, «dapprima crea la tentazione e poi punisce coloro che vi cadono». La lezione proveniente dalla Germania dovrebbe farci riflettere, per evitare di ripetere i gravi errori di cui continuiamo a pagare le conseguenze.


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