Antonio Martino
Nessuno fermi il treno della storia.
Da "il Resto del Carlino" - 17 Dicembre 1999
"Globalizzazione" è un termine di moda oggi, ma il fenomeno è antichissimo, anche se in tempi recenti ha assunto proporzioni senza precedenti. La globalizzazione non è altro che la versione contemporanea della rete di legami fra paesi diversi creata dalle relazioni economiche internazionali, specie commerciali. Da sempre la massima "il commercio unisce, la politica divide", cara agli economisti, viene confermata dalla realtà dei commerci internazionali: gli abitanti di paesi diversi e distanti, che spesso hanno difficoltà nelle loro relazioni diplomatiche, sono uniti dal fatto che acquistano prodotti la cui realizzazione comporta il lavoro e l'impegno degli altri. Non c'è bisogno di avere le stesse idee politiche, le stesse opinioni religiose, di appartenere alla stessa etnia, o di parlare la stessa lingua per intrattenere rapporti commerciali convenienti ad entrambi.
La maggior parte dei prodotti di uso comune, cui non prestiamo più nemmeno attenzione, sono il frutto del lavoro e dell'iniziativa di persone di paesi diversi, coordinate dal mercato. La semplice matita, additata da Leonard Read (in un'immagine resa poi celebre da Milton Friedman) come esempio significativo del coordinamento internazionale realizzato dal mercato, è il risultato dell'insieme di componenti prodotti in un gran numero di paesi diversi.
Il legno viene dalle foreste dellOregon, la gomma dalle piantagioni dellIndonesia, la fascetta di rame che unisce questa al resto dalle miniere del Cile, la «mina» è fatta con grafite proveniente dallo Sri Lanka, e così via. Fenomeno vecchio ma che ha assunto dimensioni molto maggiori negli ultimi tempi. La globalizzazione implica enormi vantaggi per tutti. Il liberismo non sarà garanzia sufficiente di pace, ma è certo che il protezionismo è stato storicamente una delle cause maggiori di conflitti commerciali prima, guerreggiati poi. In secondo luogo, la dispersione internazionale degli interessi connessa alla globalizzazione è uno dei più poderosi fattori di sviluppo economico. Questo è particolarmente vero per i paesi poveri, la cui unica speranza di uscire dal sottosviluppo è legata alle relazioni commerciali con i paesi ricchi.
Nel corso degli ultimi decenni, lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni da un lato e la liberalizzazione delle relazioni economiche internazionali dallaltro, hanno fatto aumentare enormemente le dimensioni del commercio mondiale. Inoltre, la liberazione dei movimenti di capitale di gran lunga il fenomeno più rivoluzionario del nostro tempo ha conferito alla integrazione delleconomia mondiale un significato ben più profondo.
Per ragioni ideologiche facilmente comprensibili, la
«globalizzazione» è invisa (e non da adesso, come la storia del protezionismo
ampiamente dimostra): «Si è fatto sì che ogni nazione guardasse con occhio
dinvidia la prosperità di tutte le nazioni con le quali essa commercia, e
considerasse il guadagno loro come perdita propria. Il commercio, che avrebbe dovuto
naturalmente essere, fra le nazioni come fra gli individui, un legame dunione e
damicizia, è divenuto la fonte più fertile di discordia e di animosità.
I nuovi nemici della globalizzazione hanno motivazioni diverse per esempio alla
riunione dellOrganizzazione mondiale del commercio di Seattle, alcuni estremisti
verdi sostengono limplausibile tesi che il commercio mondiale danneggia
lambiente ma la motivazione profonda è una sola: la libertà delle relazioni
economiche internazionali, infatti, è il più efficace strumento di controllo dello
strapotere degli Stati nazionali, dellabuso del potere politico.
Non è un caso che la liberalizzazione dei movimenti di capitale sia stata seguita a breve scadenza dalla drastica diminuzione dellinflazione in quasi tutti i paesi, da tentativi di risanamento finanziario perseguiti un po' ovunque, e dalla quasi totale scomparsa delle dittature. In presenza di libertà di movimenti di capitale, infatti, un paese che persegue politiche aberranti, ostili allo svolgimento delle attività economiche, viene immediatamente punito dalla fuga di capitali, che si spostano verso ambienti meno ostili. Le politiche liberticide che sono tanto care agli statalisti di tutto il mondo diventano, quindi, costosissime, addirittura proibitive: il governo che tentasse di adottarle vedrebbe i capitali fuggire in massa dal paese.
Il meccanismo, purtroppo, è lungi dallessere perfetto; cè ancora largo spazio al perseguimento di politiche «moderatamente» liberticide, come dimostrato dallesistenza di regimi fiscali disparati alcuni più, altri meno favorevoli agli investimenti. Ma la concorrenza fra politiche pubbliche fra paesi operanti tutti nello stesso mercato mondiale, anche se lungi dallessere onnipotente, esiste ed impone un vincolo alle pretese degli statalisti. I quali sbavano di rabbia contro la «globalizzazione». Ma non riusciranno a fermare il mondo: i vantaggi sono talmente rilevanti da essere chiari persino a chi non studia professionalmente questi fenomeni. Dubito che riusciranno a riportare indietro le lancette dellorologio della Storia.
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