Antonio Martino

La caduta d'un traliccio che chiude un'epoca.

Da "il Giornale" - 20 Febbraio 1999


Non creiamoci soverchie illusioni: l’Enel non sta per essere privatizzata e al suo posto non sta per subentrare un sistema competitivo di mercato. Quanto sta accadendo è in larga misura un cosmetico rimescolamento delle carte, non la fine del monopolio pubblico. Tuttavia, pur trattandosi soltanto di un primo, timido e contraddittorio passo verso una restituzione del settore al mercato e alla disciplina della concorrenza, non sarebbe male che guardassimo indietro e valutassimo l’enorme significato simbolico dell’operazione. Si tratta dell’ennesima conferma della fine di un mondo, di una ideologia, di una impostazione politica. Per comprenderlo, è necessario rifarsi al dibattito che contrassegnò la nascita dell’Enel.

Gli anni Cinquanta, com’è noto, furono anni di grandi successi economici. In quel decennio venne riconquistata la stabilità del potere d’acquisto della moneta: l’inflazione, che nel decennio 1940-49 era stata in media pari a quasi il 65 per cento l’anno, venne sconfitta. Fra il 1950 e il 1959 il tasso medio annuo d’inflazione scese a circa il 3% e la nostra lira andò consolidandosi fino a ottenere il premio per la moneta più stabile in Europa. Il disavanzo pubblico, che nel 1950 era stato pari a quasi 500 miliardi (oltre il 4,5% del prodotto interno lordo), andò rapidamente diminuendo: nel 1961 fu di 357 miliardi, l’1,4% del Pil. Il debito complessivo scese dai 4.800 miliardi del 1950, pari al 52% del Pil, ai 9.286 del 1960, pari al 37,4% del Pil.

Furono cioè anni di rigore finanziario e di politica monetaria prudente e, smentendo il coro unanime degli economisti di sinistra, quella politica di rigore non solo non produsse ristagno e disoccupazione ma si tradusse al contrario in un fattore di poderosa crescita economica: la disoccupazione diminuì sensibilmente (nel 1960 il tasso di disoccupazione diminuì sensibilmente (nel 1960 il tasso di disoccupazione era inferiore al 4%) e il tasso di sviluppo fu talmente elevato (in media quasi il 7% reale l’anno) che da più parti si gridò al miracolo. Quelli sono, infatti, ancora indicati come gli anni del "miracolo economico".

Ma non c’era nulla di miracoloso in quel successo: si trattava semplicemente delle conseguenze previste di una politica liberale di rilancio del mercato, di incoraggiamento al risparmio, di stabilità monetaria, di bassa fiscalità, di assenza di sprechi pubblici, di limitatissima ingerenza della politica nell’economia. Tutti i Paesi che hanno seguito quell’impostazione hanno ottenuto, sia pure in diversa misura, gli stessi positivi risultati. La verità è che il successo degli anni Cinquanta irritò, e non poco, le sinistre: come mai, si chiedevano i più onesti fra loro, una politica diametralmente opposta a quella da noi proposta ottiene risultati così positivi?

Nacque allora negli ambienti delle sinistre comuniste, socialiste e cattocomuniste un nuovo slogan: i Cinquanta saranno magari stati gli anni del "miracolo economico" ma ora è necessario un "miracolo sociale", è necessaria un’"apertura a sinistra", una svolta nella politica economica, con l’abbandono delle "vecchie e superate" ricette dell’economia liberale e l’adozione di formule economiche "moderne", più consone ai tempi. Fu in questo clima che nacque il centrosinistra, l’alleanza fra marxisti e democristiani che da quasi 40 anni malgoverna l’Italia.

La svolta politica significò l’abbandono della prudenza finanziaria e del contenimento dell’invadenza pubblica, ma il simbolo maggiore del cambiamento fu proprio la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la creazione dell’Enel. Quella infausta operazione fu fortemente voluta, specie dai socialisti, sia per sottolineare il passaggio da un’economia di mercato a un’economia statalista e pianificata, come venne apertamente dichiarato, come "strumento per scardinare la struttura della società capitalistica". Può apparire incredibile oggi, a distanza di oltre 35 anni, che circolassero allora e fossero popolari idiozie del genere, ma è così. Raccomanderei a chi oggi trova deprimente la mancanza di idee sensate a sinistra di leggersi i discorsi di allora: sono un autentico stupidario. Dilapidammo 3.000 miliardi di allora (circa 55.000 di adesso) per soddisfare i pruriti ideologici delle sinistre, elevando un carrozzone inefficiente, burocratico, costoso e corrotto a simbolo di una nuova era, più saggia, progressiva, moderna.

Per questo, lo smantellamento dell’Enel, anche se non costituisce affatto una vera privatizzazione né un’autentica liberalizzazione, ha per me liberista lo stesso, gratificante significato della caduta del muro di Berlino o della demolizione delle statue di Lenin: un mostruoso totem del fanatismo statalista viene finalmente demolito. Il resto, speriamo, verrà dopo.

 

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