Antonio Martino

Un Paese esperto nel salto indietro.

Da "il Giornale" - 22 Dicembre 1998


Un vecchio detto della politica russa recita "Tutto ciò che smette di crescere comincia a marcire". Questa è - se mai ce ne fosse una - una bronzea legge dell’economia. Il guaio è che purtroppo si applica perfettamente a questa nostra Italia. Mi tocca battere e ribattere il ferro, perché ogni volta falsi segnali - ho in mente certi titoli del Tg1 - cercano di distogliere lo sguardo dalla realtà, colorandola di illusioni per gonzi. Lo ridico allora: l’economia italiana ha smesso di crescere. Detto così uno può pensare che non sia una faccenda poi tanto drammatica. In fondo, si sta benino da noi, accontentiamoci. Questo atteggiamento è proprio ciò che, come proverò a documentare, ci trascinerà nel vortice nefasto di quel detto russo con cui ho introdotto questo articolo. Intanto si osservi la spirale all’ingiù che definisce lo Stivale: dai tassi di sviluppo del 6-7 per cento l’anno che hanno caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta, siamo passati al 5,5 per cento degli anni Settanta, al 2,9 per cento degli anni Ottanta. Ed ecco che negli anni Novanta siamo scesi all’1,1 per cento. E il Duemila come sarà? Non è difficile profetizzare, in presenza dello status quo a Palazzo Chigi. Siamo un Paese in via di sottosviluppo. Qualche assaggio sul tema.

Secondo recenti dati forniti dal settimanale inglese The Economist, per quanto riguarda l’ambiente economico, cioè la possibilità di dar vita e far prosperare le iniziative economiche, l’Italia si colloca al ventiquattresimo posto fra i trenta Paesi considerati. Questo perché il giganteggiare della pressione fiscale, l’ingessatura delle regolamentazioni, il trionfo degli impedimenti amministrativi alle attività economiche, la rigidità dei nostri mercati del lavoro, sono fattori che in misura maggiore che negli altri Paesi scoraggiano la crescita delle iniziative produttive. E ancora.

Fra i sei maggiori Paesi industrializzati, secondo i dati dell’Ocse, l’Italia è l’unico nel quale il numero degli occupati nel 1997 sia stato inferiore al numero degli occupati nel 1980. L’unico! In tutti gli altri Paesi non è che ci sia stato qualche ritocco in su. No, lì - e il record è negli Stati Uniti d’America - il numero degli occupati è notevolmente aumentato. Da noi è diminuito. Sia chiaro: non è diminuito negli anni Ottanta. É calato soprattutto, se non esclusivamente, nei 5 anni che vanno dal 1992 al 1997. In quei 5 anni in cui le maggioranze di governo, con la sola breve eccezione del governo Berlusconi, sono sempre state di sinistra, sono stati distrutti ben un milione e 400mila posti di lavoro. Povero Berlusconi, maltrattato perché semplicemente voleva che l’Italia fosse a livello del suo rango. E ancora.

Il tasso di sviluppo per il 1998, secondo le stime più accreditate, sarà di poco diverso dall’errore statistico. Cresciamo a un tasso che è inferiore alla metà di quelli dei Paesi dell’Unione europea. E torno sul punto: la questione dello sviluppo. Guai a chi si ferma. É una questione di matematica del buon senso. Se si prendono due Paesi che hanno lo stesso identico reddito pro-capite e di cui uno cresce al tasso del 2 per cento l’anno e l’altro al tasso del 5 per cento l’anno, nel giro di una generazione il secondo avrà un reddito pro-capite doppio rispetto al primo. Questa è la legge economica che la sinistra al governo da 5 anni in Italia sta cercando di applicare con energia nefasta. Lo ribadisco: tutto ciò che smette di crescere comincia a marcire. E non si sente già da noi quel certo odore di stantio? Dobbiamo proprio aspettare che marcisca l’oro della nostra forza, che è la creatività imprenditoriale? No, per favore no.

Bisogna affrettarsi a cambiare direzione di marcia. Questo vale in tutti i settori della vita pubblica in cui l’Italia mostra un grado di decadenza inaccettabile. Si va dall’amministrazione della giustizia, con le sue lungaggini burocratiche e i suoi ritardi imperdonabili, all’ordine pubblico, alla difesa obsoleta, alla scuola cui non trovo aggettivi adeguati così come per i trasporti, la sanità, la pubblica amministrazione. Abbiamo un Paese che manifesta delle carenze talmente gravi da farci disperare delle possibilità di porvi rimedio. Eppure proprio la trasparente inettitudine di questi governi è una paradossale fonte di speranza: è così chiaro l’insuccesso di prodiani e dalemiani - nonostante il penoso imbellettamento che Ciampi e compagnia operano sul volto massacrato dei nostri conti - che è inevitabile al momento del voto un cambio di prospettive in senso davvero liberale e liberista. Mi permetto di pronunciare degli imperativi: dobbiamo invertire la rotta; dobbiamo riprendere la via dello sviluppo; dobbiamo ricostruire questo nostro povero Paese.

La ripresa dello sviluppo è certamente possibile se solo sapremo liberare ancora una volta quelle straordinarie energie dinamiche e creatrici che hanno fatto in passato dell’economia italiana l’invidia del mondo. Abbiamo ogni ragione di essere orgogliosi della dinamicità dei nostri esportatori, della laboriosità delle nostre maestranze, dell’ingegno dei nostri imprenditori, della parsimonia delle nostre famiglie. Se lo Stato smetterà di frapporre ostacoli alla loro capacità di creare ricchezza, l’Italia riprenderà a crescere come ha saputo fare in passato. É questo l’augurio che questa stagione suggerisce.

 

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