Antonio Martino
Ricette per creare lavoro.
L'occupazione non è immortale.
Da "il Giornale" - 11 Novembre 1998
Vorrei tornare sul problema della disoccupazione e sul modo di affrontarla. La crisi europea rappresentata da livelli di disoccupazione intollerabili non ha cause "europee" o macroeconomiche, ma microeconomiche e strutturali. Intendo dire che la sfida del nostro tempo non è la recessione teorizzata dai manuali keynesiani, che riguarda, anche se in misura diversa, tutti i settori delleconomia nazionale. Il problema della disoccupazione non interessa ugualmente tutti i Paesi europei: i tassi di disoccupazione dellUnione europea variano dal 4,5 percento dellAustria al 18,7 per cento della Spagna. Allinterno di uno stesso Paese, poi, la disoccupazione colpisce in misura molto diversa le diverse regioni: in Italia andiamo da tassi di disoccupazione trascurabili in alcune regioni del Nord fino a tassi prossimi al 25 o 30 per cento in alcune zone del Sud. Infine, la disoccupazione è molto maggiore per le femmine che non per i maschi, per i giovani che non per gli adulti, e varia considerevolmente da settore a settore. Mi sembra evidente che non si tratta né di un fenomeno europeo, nel senso che abbia cause comuni a tutti i Paesi, né macroeconomico, dovuto cioè a ununica causa, la carenza di domanda globale.
Il problema del nostro tempo è invece rappresentato dalle trasformazioni della struttura produttiva rese inevitabili dai continui cambiamenti della tecnica e nella composizione della domanda. I Paesi che riescono ad adeguare con maggiore tempestività lallocazione delle loro risorse al mutare delle condizioni sono quelli che crescono con maggiore rapidità. I Paesi, invece, in cui il cambiamento viene ritardato o impedito, quelli che stentano ad adeguare il loro apparato produttivo al mutare delle esigenze, sono condannati al ristagno e alla disoccupazione.
Se le cose stanno in questi termini, dobbiamo prepararci sia individualmente che a livello di politica economica alla sfida del cambiamento. Sotto il profilo generale, dobbiamo puntare su un sistema di regole che incoraggi e agevoli le trasformazioni. Ai settori in crescita deve essere consentito di svilupparsi, di assorbire una maggiore quantità di risorse, di creare opportunità di occupazione produttiva, e, con eguale decisione, i settori in crisi devono poter contrarre le loro dimensioni con la rapidità imposta dalle circostanze, pena il protrarsi di un utilizzo inefficiente delle risorse del Paese.
Prendendo in esame quanto di fatto accade nellEuropa continentale e in particolare in Italia, si tratta di una considerazione niente affatto banale. Oggi, quando unimpresa o un settore vanno bene e realizzano profitti che dovrebbero servire per la loro espansione, la fiscalità provvede a punirli, tassando i profitti e riducendo, quindi, i mezzi disponibili per lo sviluppo. Quando, invece, unimpresa o un settore sono in crisi e dovrebbero, a motivo del mutare delle circostanze, contrarsi, la contrazione viene impedita o ritardata dalla concessione di sussidi e altre provvidenze. Puniamo lefficienza tassandola e premiamo linefficienza sovvenzionandola. Così facendo impediamo la crescita dei settori che dovrebbero espandersi e ritardiamo la contrazione di quelli che dovrebbero contrarsi, condannando lintera struttura produttiva a un minore livello di efficienza con grave danno per lo sviluppo e per loccupazione complessiva. Bisogna invertire la rotta.
Dal punto di vista individuale, lesigenza delle trasformazioni implica la rapida e continua mobilità del lavoro. Dora in avanti, sarà sempre meno accettabile lidea italica del mitico "posto" a vita, che, scelto come prima occupazione dai ventanni, li accompagni immutato fino alletà della pensione. Arriveremo presto, senza accorgecene, a un sistema in cui le migliori opportunità andranno a chi è disposto a cambiare lavoro ogni 2-4 anni e capace di farlo. É così ormai non solo negli Stati Uniti ma un po in tutti i Paesi avanzati e in rapida crescita. Questo significa che saranno coloro i quali hanno acquisito una formazione culturale polivalente, che li metta cioè in condizione di svolgere lavori diversi, adeguandosi senza difficoltà al passaggio dalluno allaltro, che soffriranno meno le conseguenze delle rapide trasformazioni imposte dal progresso. É finito il tempo della formazione unidirezionale della specializzazione spendibile in un solo tipo di lavoro; nel mondo di oggi a nessuna occupazione è garantita limmortalità: anche i mestieri oggi più prestigiosi potrebbero benissimo rivelarsi obsoleti nel giro di un decennio.
Lo sviluppo economico e le trasformazioni che esso comporta spaventano quanti amano la sicura certezza dellimmobilità e sono terrorizzati dai cambiamenti. Ma i vantaggi della crescita economica e del progresso civile sono troppi importanti per poter essere sacrificati alle preferenze dei laudatores temporis acti. Non sarà il ritorno alle politiche di moneta facile e di finanza allegra, care alla sinistre, che consentirà allEuropa di ridurre la disoccupazione e riciclare lo sviluppo. Solo coraggiose riforme strutturali potranno attrezzare le nostre economie alle inesorabili esigenze di un mondo in rapida trasformazione.
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