Antonio Martino

Finto capitalismo.

La crisi russa è dovuta alla mancanza di mercato.

Da "il Giornale" - 13 Settembre 1998


Si è tenuta a Mosca nei giorni scorsi la centesima conferenza dell’Unione interparlamentare, che da oltre un secolo riunisce periodicamente i rappresentanti dei Parlamenti di tutti i Paesi del mondo. La coincidenza con la crisi russa e con la sua "soluzione" ha offerto un ulteriore motivo di interesse all’avvenimento. L’esperienza ha confermato le mie opinioni in merito al dramma attuale di quello sfortunato Paese. Vediamo.

L’idea ripetutamente ribadita dai sinistri italici secondo cui la Russia sarebbe in crisi per "eccesso di mercato", per aver voluto cioè adottare una drastica politica di immediato passaggio a un sistema economico "capitalistico", è grottescamente falsa. La verità è esattamente opposta. Anzitutto, solo una persona dotata di sbrigliata fantasia può sostenere che prima del crollo del comunismo tutto andava bene e che la crisi è arrivata con la "fine" del totalitarismo e il passaggio alla libertà. Persino i più dogmatici e trinariciuti nostalgici del vecchio regime riconoscono che aveva prodotto solo miseria e desolazione. In secondo luogo, in Russia non esiste nemmeno un embrione di economia di mercato. Il sistema è rimasto sostanzialmente quello che era, l’unico cambiamento è stato rappresentato dalla "privatizzazione" di alcune industrie, finite in molti casi nelle mani dei boiardi comunisti. L’agricoltura è sempre statalizzata, le grandi banche pure, non esistono mercati finanziari degni di questo nome, e, soprattutto, mancano del tutto o sono definiti in modo assolutamente inadeguato quegli istituti che sono essenziali all’esistenza di un’economia libera: diritti di proprietà, disciplina dei contratti e delle obbligazioni e così via.

Stando così le cose, non solo non stupisce che la Russia non riesca ad attirare quel flusso di investimenti esteri di cui ha urgente bisogno, ma addirittura riesca a far fuggire i capitali verso l’estero. Secondo un dato riferito dalla Cnn, dalla caduta dell’Unione Sovietica a oggi la Russia ha ricevuto circa 100 miliardi di dollari in aiuti ma, nello stesso periodo, il deflusso di capitali verso l’estero è stato pari a 200-300 miliardi di dollari. L’immagine del secchio sfondato è inadeguato al caso russo: dal Paese esce più di quanto vi entra.

Nessuno, tuttavia, si chiede come mai nono solo gli stranieri, ma nemmeno i russi investano nel loro Paese, preferendo portare all’estero i loro soli. La spiegazione è ovvia e fa giustizia dell’insensata affermazione secondo cui la crisi russa sarebbe dovuta a un "eccesso di mercato": mancano in Russia le tutele giuridiche minime a garantire gli investitori, mancano cioè quelle regole che fanno il mercato. La crisi russa è dovuta non all’eccessiva presenza ma all’assenza del mercato.

Se mi è consentita un’autocitazione, la Russia conferma in pieno una previsione da me fatta su queste colonne il 22 dicembre 1989. Scrivevo allora: "Nutro seri dubbi sulla possibilità che i Paesi ex comunisti riescano a riformare le loro economie e considero pericolosa la tendenza dei governi occidentali di concedere aiuti finanziari col deliberato proposito di facilitare il processo di trasformazione. (...) la ragione maggiore di pessimismo è offerta dall’incomprensione della logica di mercato, dall’ingenua illusione (popolare purtroppo anche nei nostri Paesi) che sia possibile averne i vantaggi in termini di efficienza senza accettarne le regole di responsabilità che solo la proprietà privata può garantire. Si tratta di un atteggiamento mentale che ricorda il "culto del cargo": dopo la seconda guerra mondiale gli indigeni di alcune isole del Pacifico, avendo visto che dal cielo arrivavano grandi uccelli di metallo che, appena toccata terra, si aprivano riversando ogni ben di Dio, si diedero a costruire "piste" e finte torri di controllo, aspettando ansiosi che queste richiamassero ancora quei benefici volatili dispensatori di doni. Fuor di metafora, nono saranno certo gli scimmiottamenti verbali a consentire ai Paesi dell’Est di godere dell’efficienza del mercato, senza accettarne realmente le regole". Questo è esattamente quanto accaduto in Russia in questi anni.

 

Ritorna alla Pagina Precedente