Antonio Martino

Il fisco spreca una fortuna per mordersi la coda.

Da "il Giornale" - 17 Agosto 1998


Forse sarò stato distratto dal calore ferragostano, ma ho la sensazione che una notizia di questi giorni, a mio avviso di grande significato, sia passata inosservata. I commentatori economici hanno dato grande risalto alle "crisi" asiatiche e russe, il che è anche comprensibile, ma non sono riuscito a trovare un solo commento su un dato che pure dovrebbe interessarci tutti. La Corte dei conti - una delle poche istituzioni funzionanti nel nostro ameno Paese, condannata purtroppo al ruolo di "voce che grida nel deserto" - ha reso noto che per la lotta all’evasione fiscale lo Stato italiano ha speso 2.402 miliardi, riuscendo a incassarne 2.498. Il dato suggerisce una serie di riflessioni.

La prima, ovvia, considerazione da fare è che la lotta all’evasione fiscale non rappresenta un buon affare per lo Stato: ha investito 2.402 miliardi e, al netto delle risorse impiegate, ha avuto un utile di 96 miliardi - meno del quattro per cento. Avesse impiegato la stessa cifra per ritirare debito pubblico, avrebbe risparmiato in conto interessi una somma maggiore. In altri termini, se il costo viene calcolato correttamente, l’impiego di mezzi per combattere l’evasione ha un rendimento reale negativo.

La notizia dovrebbe far riflettere i troppi statalisti, nostalgici del tempo passato, quando la cura immancabilmente proposta per qualsiasi problema (reale o presunto) era una sola: aumentare le spese pubbliche, tassare di più, accrescere le dimensioni del settore politico-burocratico. Ora che le loro ricette applicate con grande vigore per molti decenni, hanno portato la nostra economia a uno stato comatoso, cercano di cavarsela raccontandoci che la colpa di tutti è degli italiani che, furbissimi evasori, si rifiutano di fare il loro "dovere civico", pagando le tasse. Abbiamo così che da più parti si vocifera di somme astronomiche - 200-500mila miliardi - di imposte evase, somme che, se venissero recuperate grazie ad una ferrea lotta all’evasione, risolverebbero tutti i nostri problemi.

Si tratta, come tutti sappiamo, di farneticazioni demenziali allo stato puro: nel 1997 le entrate complessive delle amministrazioni pubbliche sono state circa di un milione di miliardi: chi, se non i contribuenti italiani, ha sborsato quella montagna di miliardi? Si tratta, è bene ricordarlo, della somma più alta, sia in termini nominali sia in valore reale, dell’intera Storia d’Italia, ed è semplicemente insensato supporre che un aumento del 20-25 per cento delle entrate pubbliche sarebbe possibile (grazie alla lotta all’evasione!), desiderabile o privo di conseguenze per l’intera economia nazionale. Ora le cifre della Corte dei conti raccontano un’altra storia, molto più realistica e molto meno fantasiosa: per recuperare un netto di 96 miliardi, lo Stato ne ha dovuto investire 2.402 - un pessimo affare.

La storia non finisce lì. Il costo complessivo della lotta all’evasione fiscale non si riduce a quanto spende lo Stato, bisogna anche aggiungere quanto quella lotta costa ai contribuenti - sia quelli infedeli sia quelli onesti. Una valutazione pacata e prudente dei costi legali, amministrativi e di varia natura connessi alla mole smisurata di adempimenti introdotti per scoraggiare l’evasione, induce a ritenere che si tratti di molte decine di miliardi. Pensate al numero di ore di lavoro altamente qualificato (e lautamente retribuito) necessarie per fare fronte agli adempimenti fiscali: saranno decine, se non centinaia, di milioni, con esborsi a carico dei contribuenti di migliaia di miliardi. Questi costi gravano sui contribuenti, costituiscono un onere per l’economia e non fruttano nulla all’erario.: sono una perdita netta per l’Italia.

Questo spreco enorme di risorse cresce al crescere del carico fiscale: quanto maggiori sono le imposte, tanto maggiore è l’incentivo a evaderle e tanto maggiori saranno, quindi, i controlli e le procedure volte a reprimere l’evasione. Alla fine, mentre i contribuenti, le imprese, i lavoratori e l’intera società subiscono una perdita, il fisco non ne ricava vantaggio alcuno - a essere soddisfatti sono solo gli adoratori dello Stato, gli statalisti di tutti i colori.

Dobbiamo muovere - al più presto - nella direzione opposta: verso una fiscalità leggera, trasparente, comprensibile e giustificata dalla corresponsione di servizi pubblici efficienti. Così facendo ridurremo l’incentivo all’evasione, rendendo inutili le complesse pastoie burocratiche e tutti gli adempimenti connessi a una "lotta all’evasione", promuovendo quella maggiore crescita economica che è l’unica ricetta valida per aumentare il benessere di tutti, specie dei meno abbienti, garantire speranza di lavoro a chi è oggi disoccupato, e fare affluire maggiori entrate nelle casse dello Stato. Questo dovremmo fare, e subito, ma non possiamo sperarlo da questo governo e da questa maggioranza.

 

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