Antonio Martino

Lo statalismo ci rovinerà.

Da "il Giornale" - 20 Marzo 1998


Alea iacta est: Romano Prodi, con grande decisione, ha passato il Rubicone o, per dirla col quotidiano più venduto, "il governo tira dritto". Posto di fronte all'angoscioso dilemma: adottare un provvedimento pernicioso per l'economia italiana o compromettere la sopravvivenza della maggioranza che sostiene il suo governo, il nostro presidente del Consiglio non ha esitato, non si è lasciato paralizzare dal dubbio, e ha coraggiosamente deciso di restare a Palazzo Chigi. L:argomento su cui decidere, come è noto, è costituito dalla richiesta di Rifondazione comunista di introdurre per legge, anche se non subito, la riduzione dell'orario di lavoro a 35 ore la settimana. Di questa richiesta il partito di Cossutta e Bertinotti fa una questione di principio. I comunisti impenitenti hanno sopportato tutto: hanno appoggiato un governo alquanto manesco, che non ha esitato a far manganellare allevatori e tifosi inglesi; col loro voto hanno reso possibile una politica fiscale reazionaria, che condanna alla disoccupazione quasi tre milioni di giovani, di donne e di meridionali, e che aggrava l'esasperazione dei contribuenti specie al Nord; hanno approvato,sia pure bofonchiando, i tagli di spesa in conto capitale che danneggiano soprattutto le regioni più deboli; hanno subito, senza battere ciglio, i trionfali programmi degli esponenti del governo, entusiasti perl’aumento delle quotazioni di Borsa (il governodelle sinistre esulta perchè i capitalisti si arricchiscono!), e così via. Ma su un punto non transigono: vogliono la riduzione dell orario settimanale a 35 ore imposta per legge, pena la fine del sostegno al governo. Ognuno gode come può.

Romano Prodi, secondo alcuni bene informati, è un economista; è quindi assai probabile che sappia che non esiste neanche un economista serio, quali che siano le sue opinioni politiche, disposto a sostenere che ridurre l’orario di lavoro per legge faccia aumentare l'occupazione. Egli sa, o dovrebbe sapere, che non è vero che il reddito da produrre sia un dato immutabile e che l'unico problema sia quello di decidere con quanti occupati ottenerlo. Il reddito è un flusso variabile, le cui dimensioni variano a seconda dell’efficienza con cui il Paese impiega le sue risorse; un impiego inefficiente del lavoro, lungi dal creare occupazione, riduce il reddito prodotto e impoverisce l'intera società. Oltre tutto, se, non tenendo conto di questo, si perseguisse la politica del "lavorare meno" e non si riducessero in proporzione le remunerazioni, il costo del lavoro per unità di prodotto aumenterebbe. In conseguenza di ciò, il numero degli occupati diminuirebbe perchè l'impiego del lavoro diverrebbe artificialmente più costoso. La riduzione degli orari di lavoro produrrebbe come conseguenza la riduzione del numero degli occupati; altro che "lavorare meno, lavorare tutti"!

Sapendo tutto ciò, avere deciso di "tirare dritto" adottando un provvedimento che garantisce la sopravvivenza del suo governo, anche se è esiziale per l'economia italiana, è stato atto di grande coraggio. Avendo dato così egregia prova delle sue grandi doti decisionistiche, è comprensibile che Prodi accolga con fastidio la protesta clamorosa della Confìndustria e lo scarso entusiasmo dei sindacati. Come dargli torto? Decidere con tanto rigore, senza esitazione, di anteporre il proprio interesse politico all'interesse generale è atto di coraggio che meriterebbe ben altra considerazione che non i mugugni dei sindacati e della Confindustria.

In realtà, la politica economica di questo governo è rigorosamente coerente: distruggere posti di lavoro imponendo legislativamente orari di lavoro ridotti non è poi, a ben guardare, molto diverso dal considerare opera di risanamento del bilancio pubblico l'aumento della pressione fiscale. Anche aumentando le tasse, infatti, si crea disoccupazione: cambia lo strumento, ma non l'obiettivo che è sempre quello di impedire agli italiani di avorare . Può apparire ingiustamente polemico dirlo, ma è purtroppo vero: il comunismo sarà magari morto, ma la sua essenza concreta, cioè lo statalismo, è ancora viva e vegeta persino nella mente di quanti si proclamano a tutto spiano convinti fautori dell'economia di mercato.

 

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