Antonio Martino
Occupazione, la sinistra prende fischi per fiaschi.
Da "il Giornale" - 9 Settembre 1997
Sembra che nella Russia zarista, essendo scoppiata un'epidemia di colera, le autorità di Mosca decisero di inviare squadre di sanitari nelle campagne, per fronteggiare l'emergenza. Naturalmente, mandarono più medici là dove ce n'era più bisogno, nei paesi in cui il numero di casi era maggiore. I contadini, vedendo che dove i medici erano più numerosi il colera era più diffuso, considerarono i medici causa del colera e li linciarono. La storiella viene raccontata in genere per illustrare il cosiddetto problema dell'identificazione che consiste nello stabilire quale, fra due fenomeni, sia la causa e quale l'effetto. Mi è tornata in mente ascoltando a Carnobbio Michel Rocard, europarlamentare della sinistra francese già primo ministro, il quale ha ritenuto di portare acqua alla tesi secondo cui la riduzione dell'orario di lavoro favorisce l'occupazione e la crescita economica. Secondo Rocard, mentre nel secolo scorso le ore lavorate l'anno erano 4.000, oggi sono scese a circa 1.600, e nessuno potrebbe negare che in questo secolo il reddito sia aumentato considerevolmente e che il numero degli occupati sia oggi molto maggiore che non nel secolo scorso. Non ne segue dunque che l'evidenza storica dimostra che la riduzione dell'orario di lavoro è causa di sviluppo e di occupazione ?
Evidentemente, per Rocard i medici sono causa dell'incidenza del colera. La spiegazione corretta è, infatti, quella opposta: all'aumentare del reddito reale, è possibile ridurre il numero di ore di lavoro per occupato - la crescita economica è cioè la causa della riduzione delle ore di lavoro, non la conseguenza. Quando aumenta la produttività del lavoro, ed è quindi possibile accrescere- i salari reali, i lavoratori, comprensibilmente, chiedono che una parte dell'aumento prenda la forma di una riduzione dell'orario di lavoro, anziché di aumento dei salari. L'aspirazione a vivere meglio, che è la grande molla del progresso economico, non significa soltanto desiderio di un reddito monetario maggiore ma anche alleggerimento della fatica, maggior temo libero, vacanze, e così via. La riduzione dell'orario di lavoro non è che una delle, forme assunte dall'aumento del reddito reale dei lavoratori - e come se il lavoratore scambiasse una parte dell'aumento potenziale del suo salario con un minore numero di ore lavorate o con maggiori vacanze. E per questa ragione che al crescere del reddito reale diminuisce l'orario di lavoro per occupato l'anno.
Per limpresa concedere un aumento di salario, fermo restando l'orario di lavoro, o una riduzione, dell'orario di lavoro, fermo restando il salario, è, a certe condizioni, la stessa cosa. In entrambi i casi, infatti, il costo di lavoro per occupato aumenta: sia che lo paghi di più, a parità di orario, sia che lavori di meno, a paga invariata, il prodotto di quel lavoratore gli costa di più. Stando così le cose, se, a produttività invariata, viene ridotto l'orario di lavoro, l'effetto ovvio è quello di rendere più costoso limpiego di lavoro. La prevedibile conseguenza sarà quella di rendere meno propensi i datori di lavoro ad assumere mano d'opera; l'aumento del costo del lavoro incentiverà, ove possibile, la sostituzione del capitale al lavoro, l'adozione di tecniche a più alta intensità capitalistica, e presumibilmente anche una produzione complessiva minore ai quella che si avrebbe altrimenti. Altro che crescita economica e aumento dell'occupazione !
Rocard è convinto di superare questa obiezione auspicando che, contemporaneamente alla riduzione dell'orario di lavoro, vengano ridotti gli oneri contributivi e fiscali a carico delle imprese. Ma anche questa soluzione appare scarsamente praticabile: se diminuiscono gli oneri sociali, chi finanzierà le spese dello Stato assistenziale ? Una riduzione del gettito dei contributi sociali determinerebbe un aumento del deficit annuo o costringerebbe il governo a ricorrere ad altre tasse, e non si vede perché ciò dovrebbe determinare un aumento del reddito e dell'occupazione. E .sorvolo sul fatto che attualmente i Paesi dove il numero di ore lavorate l'anno è maggiore sono anche quelli che hanno maggiore occupazione e minore disoccupazione. (Naturalmente il discorso al riguardo è complesso, ma il dato è lungi dall'essere irrilevante per il nostro discorso).
Qualcuno potrebbe a questo punto essere tentato di concludere che in Italia esistono
due sinistre, una "velleitaria" rappresentata da Rifondazione, che sostiene
queste tesi, e una
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