Antonio Martino
Giù le mani da Radio Radicale
Da "il Giornale" - 29 Dicembre 1997
Il lettore avrà probabilmente avuto modo di seguire la vicenda che riguarda Radio Radicale. Si tratta di un tipico caso emblematico. L'emittente radicale da anni, grazie a una convenzione, trasmette in diretta i lavori del Parlamento, oltre ai congressi di tutti i partiti i processi più importanti, e così via. La diretta dal Parlamento, oggetto della convenzione, consente alla radio di esistere, dando voce non solo agli esponenti politici vicini a Marco Pannella, ma a tutti quanti. La convenzione è scaduta e i soliti statalisti sostengono che non vada rinnovata e che il servizio di "radio Parlamento" debba essere affidato alla Rai. La storia si presta ad alcune riflessioni di carattere generale.
Anzitutto, sostenere che le dirette dal Parlamento abbiano natura di "servizio pubblico" ha senso solo se tale natura è insita nel servizio in questione. Voglio dire che non ha senso sostenere che è "servizio pubblico" tutto ciò che è prodotto dallo Stato e solo se è da esso prodotto. Se un dato servizio viene prodotto con standard qualitativi elevati e a costi minori da un privato, questo non muta la sua natura, che resta "pubblica", ma si limita a migliorarne la qualità e a renderne più economica la fornitura. Questo è esattamente il caso di Radio Radicale, che fornisce il servizio delle dirette parlamentari a costi nettamente più bassi di quelli previsti per la fornitura Rai, e con standard qualitativi unanimemente giudicati ottimi, al punto di indurre una maggioranza dei parlamentari a firmare un appello in favore dell'emittente "privata".
Uno dei fautori della soluzione statalista ha sostenuto che un servizio pubblico non può essere fornito da un'emittente che critica le istituzioni. Si tratta di un'affermazione infelice: l'istituzione più importante in una libera democrazia è proprio la possibilità di criticare le istituzioni; libertà questa che viene negata solo dai regimi autoritari. La libertà di sostenere tesi gradite al potere non è mai stata negata da nessun tiranno; è la libertà di criticare il potere che distingue una libera democrazia dai regimi autoritari. Se Radio Radicale fa bene il suo servizio, come tutti sostengono, non si vede perché le opinioni politiche di Pannella dovrebbero essere addotte a pretesto per tappare la bocca a una voce di dissenso.
Il più vocale sostenitore della soluzione liberticida si nasconde dietro la considerazione che è la legge a prevedere che sia la Rai a fornire le dirette parlamentari. Una tesi ipocrita: per ciò che riguarda le dirette parlamentari, la legge Mammì, peraltro demonizzata proprio dalle sinistre, non ha mai potuto essere applicata nei suoi quasi otto anni di vita. Nascondersi oggi dietro a essa è semplicemente ridicolo: se il principio è sbagliato, modificare la legge rientra nei doveri del Parlamento. E sorvolo sul fatto che questa appassionata difesa di una legge ingiusta suggerisce l'opportunità di ricordare che anche Stalin e Hitler governavano con leggi.
In realtà, la strada da seguire non solo in questo caso particolare ma per tutti i servizi pubblici è proprio quella indicata da Radio Radicale: se i privati possono offrire un servizio di buona qualità a un costo inferiore rispetto alla fornitura statale, la produzione del servizio deve essere affidata ai privati. Elementari ragioni di efficienza, di equità e di libertà militano a favore di questa soluzione. Quelli che vogliono monopolizzare il settore dell'informazione e sostengono che debba essere la Rai a fare le dirette hanno di mira un obiettivo liberticida abbastanza scoperto. Sostenere poi che Radio Radicale debba cedere alla Rai le sue frequenze ricorda le storie dei robber barons del secolo scorso che, secondo un'immagine cara alla propaganda anticapita1ista, costringevano con le buone, o più spesso con le cattive, la vecchietta a vendere la casa in cui aveva sempre abitato per far posto ai loro progetti di speculazione edilizia. I robber barons, però, a differenza degli statalisti di oggi, almeno compivano i loro misfatti spendendo soldi loro. Gli statalisti di oggi vogliono uccidere un pezzo importante di libertà spendendo soldi che non gli appartengono, spendendo i soldi nostri. Non bisogna consentirglielo.
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