Antonio Martino
Socialismo reale - L'Italia è proprietà privata dello Stato
Da "il Giornale" - 16 Settembre 1997
Ho appena ricevuto il rapporto annuale che il Fraser Institute, un centro di ricerca canadese, in collaborazione con istituzioni analoghe di 47 paesi, pubblica sullo stato della libertà economica del mondo (Economic Freedom of the World 1997). Il rapporto costruisce un indice di libertà economica per i vari Paesi, analogamente a quanto fanno anche altre due fondazioni americane: la Freedom House e la Heritage Foundation in collaborazione col Wall Street Journal.
Com'è evidente, la misura dell'indice di libertà economica presenta notevoli difficoltà, ed è quindi comprensibile che si abbiano opinioni molto diverse circa il modo migliore di quantificarlo. Infatti, gli indici dei tre rapporti sono costruiti in base a criteri differenti. Tuttavia, queste differenze metodologiche che interrcorrono fra le tre misurazioni dell'indice di libertà economica non ci interessano in questa sede, perché, malgrado queste differenze di metodo, tutti e tre gli indici forniscono un'indicazione sconsolante per ciò che riguarda il nostro Paese. Secondo la classifica dei Paesi per il 1995, curata dal rapporto del Fraser Insitute, infatti, l'Italia si colloca al 55° posto, a pari merito con la Colombia, la Lituania e l'Ecuador. Fra i 15 Paesi membri dell'Unione europea siamo al penultimo posto, precedendo solo la Grecia. Gli altri due rapporti forniscono indicazioni simili.
Questo dato non stupirà, credo, nessuno. Siamo tutti consapevoli dell'enormità delle vessazioni che ci vengono imposte: una mole insensata di restrizioni legislative e amministrative alle attività economiche, una congerie di imposte, tasse, tributi e balzelli vari. Ma, soprattutto, l'utilizzazione della maggior parte del nostro reddito è decisa da politici e burocrati anziché da noi. Infatti, immancabilmente, oltre il 50% del reddito prodotto ogni anno è stato fagocitato dalla spesa pubblica, assorbito dai canali politico-burocratici e sottratto ai singoli, alle famiglie e alle imprese. In particolare, nel 1996 il settore pubblico ha assorbito il 53,6% del Pil e soltanto il 46,4% è rimasto in mani private.
Se consideriamo la libertà di utilizzare il proprio reddito come fondamentale caratteristica di un'economia libera, il che mi sembra del tutto ovvio, l'Italia è un'economia libera, privata, di mercato per il 46,4%, ma è statalizzata, collettivista, socialista per il 53,6%.
Né il problema riguarda soltanto l'utilizzo del reddito prodotto, cioè il livello della spesa pubblica e delle tasse, ma investe persino la proprietà dei mezzi di produzione. Un paio di anni fa, il settimanale inglese The Economist, in uno studio sull'economia della federazione russa sostenne che l'economia russa è più privata di quella italiana ! E ancora, la diffusione della proprietà azionaria, che costituisce uno degli indicatori principali del carattere "capitalistico" dell'economia, è in Italia assolutamente marginale. Basti pensare alle dimensioni della nostra Borsa, il cui valore capitalizzato rappresenta poco più del 25% del prodotto interno lordo - ridicolo se raffrontato all'oltre 150% della Gran Bretagna e all'oltre 120% degli Stati Uniti. Basso indice di libertà economica, spesa pubblica che assorbe oltre la metà del reddito, tassazione da confisca, un settore pubblico gigantesco, ingordo e inefficiente, diffusione minima della proprietà azionaria: se dovessimo classificare l'economia italiana non avremmo elementi per definirla "di mercato" o "capitalistica". Guardando a questi dati, dovremmo concludere che l'Italia è un'economia da socialismo reale, un Paese collettivizzato, dominato dalla burocrazia, dallo statalismo, dal dirigismo, dalla fiscalità.
Se è vero che l'inefficienza pubblica da un lato e la parsimonia, la laboriosità e la creatività del nostro popolo dall'altro sono riuscite a salvaguardare un po' di libertà economica e benessere in questo nostro Paese, è anche vero che dobbiamo invertire la rotta. Non possiamo più permetterci gli sprechi e le inefficienze di un settore politico-burocratico onnipresente e sprecone, né possiamo rassegnarci alla decadenza cui ci sta condannando lo statalismo. Lo dobbiamo a noi stessi e ai nostri figli: dobbiamo alleggerire il fardello pubblico per consentire all'economia privata di riprendere la sua corsa verso il progresso.
Quanto prima riusciremo a farlo, tanto meglio.
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