Pierluigi Battista
CETO MEDIO. INCOSCIENZA DI CLASSE.
PERCHE' GLI INTELLETTUALI ODIANO IL CETO MEDIO.
Da "Ideazione" - n. 4 - Luglio/Agosto 1998
Resta uno dei grandi misteri di quella facoltà conoscitiva che
Wright Mills definiva "immaginazione sociologica" il fatto che in Italia un
impiegato dello Stato possa essere registrato sotto la stessa etichetta socio-culturale,
"ceto medio", che comprende un commerciante o un libero professionista. Soltanto
in una percezione fortemente dicotomica della società è possibile includere nella stessa
categoria figure così diverse. Solo in una rappresentazione del mondo irrimediabilmente
spaccato tra ricchi e poveri è possibile immaginare che tutti quelli che stanno in
"mezzo" stiano anche, per ciò stesso, in un luogo intermedio o
"medio" (come il ceto).
Attorno al 1300, racconta Jacques Le Goff, non potendo racchiudere lintera società
nel dualismo Inferno-Paradiso, la cultura cristiana inventa il Purgatorio, luogo terzo e
mediano, adibito a trovare un rifugio per le sempre più numerose anime (specialmente di
neo-mercanti e neo-borghesi) che non portavano un così gravoso fardello di peccati da
condannarle al castigo eterno, ma che non erano così pure da meritare leterna
beatitudine senza un preventivo lavacro purificatorio (e, appunto, purgativo) in una
stazione intermedia posta nellaldilà lungo il cammino di ascesa al Paradiso
Il fatto è che quando, con la fine della povertà di massa e lacquisizione di uno
status nettamente superiore a quello che condannava gruppi e individui a un livello di
mera sopravvivenza, nella società del benessere tutto diventa ceto medio (classe sociale
"ubiquitaria", ha scritto Paolo Sylos Labini: sfuggente perché onnipresente,
indefinibile perché troppo diffusa e priva di confini); quando il ceto medio da parte
diventa il tutto, allora ogni definizione appare problematica e due figure sociali e
culturali così distanti come limpiegato dello Stato e il commerciante finiscono per
essere rinchiuse in una stessa casella, malgrado il fatto che ogni atomo della loro
psicologia e del loro modo di stare al mondo parli di due universi tra loro incomunicanti.
Limpiegato percepisce uno stipendio, il commerciante e il libero professionista no.
Limpiegato ha il posto fisso e sicuro, il commerciante non è sicuro di niente, a
cominciare dal posto di lavoro. Luno fa carriera per anzianità, secondo un cammino
costante e senza scosse. Laltro vive una vita sussultoria e legata a fattori
imponderabili. Luno non conosce il fisco, o meglio lo conosce per via indiretta,
attenuata e ammorbidita dallovatta protettiva della "trattenuta".
Laltro sente e vive il fisco come una divinità feroce e avida di sacrifici umani.
Per limpiegato domani è come oggi, che a sua volta assomiglia a ieri.
Per il commerciante domani può essere lapoteosi come
la catastrofe e loggi è solo un punto nel tempo, vacillante e incerto. Luno
sa che grosso modo la sua condizione, a meno di malattie tremende, guerre, rivoluzioni,
crisi economiche apocalittiche o calamità naturali, resta stabile e uniforme.
Laltro conosce il rischio della subitanea scomparsa, lincubo di una
"cifra che manca", irrilevante per le sorti del mondo ma fondamentale per le
sorti del singolo. Perché allora costringere due figure così distanti a convivere nella
prigione del ceto medio?
Anche perché, questo è il punto, luno, limpiegato dello Stato, appare,
nellimmaginazione politica di un Paese che guarda con sospetto agli "spiriti
animali" del capitalismo e del mercato, in grado di essere "redento".
Laltro no. Limpiegato può diventare lo zimbello sociale descritto da Gogol
nel Cappotto o da Paolo Villaggio nel formidabile ciclo fantozziano. Monsù Travet può
bensì essere scorticato da letterati e cineasti per la sua servile timidezza, per lo
squallido grigiore del suo stile di vita, per la sua infinita disponibilità a subire
soprusi e angherie senza battere ciglio, per la sua mediocrità professionale, per il suo
attaccamento penoso alle insegne della gerarchia e dellautorità. Tuttavia, secondo
i canoni dellimmaginazione politica democratica e irriducibilmente
anti-individualista, chi ha un impiego fisso e sindacalmente integrabile può riscattare
simbolicamente il proprio egoismo sciogliendosi nel "collettivo", non è
socialmente aggressivo, non mette in discussione i canoni dello Stato interventista, è
culturalmente addomesticabile, non è insensibile al messaggio burocratizzante della
politica intesa come democrazia "partecipata" e organizzata.
Chi non è redimibile è il ceto medio del lavoro indipendente: irriducibilmente
individualista, ferocemente familista, ma soprattutto vulnerabilissimo al richiamo del
denaro e del mercato, della libera impresa e dellavanzamento sociale ottenuto non
con le armi della solidarietà classista ed emancipazionista bensì con quelle
dellindividualismo possessivo, dello spirito acquisitivo, della competizione
tendenzialmente sregolata. Il ceto medio "indipendente" rappresenta
culturalmente il luogo dei disvalori rispetto a una cultura che, come ha scritto Sergio
Ricossa nella sua Fine delleconomia, è tuttora debitrice di un punto di vista di
matrice "signorile" e tardo-aristocratica secondo cui
l"economico" rappresenta qualcosa di disonorevole e di spregevole e la
produzione, il commercio, gli affari, il denaro, leconomico in generale si
identificano in qualcosa che ha comunque a che fare con la "materia bassa,
immonda".
"Il capitalismo", scrive ancora Ricossa, "pare concedere il potere, la
supremazia, al capitalista, uomo spregevole non perché ricco, ma perché infangato
dalleconomia". Si obietterà che il "capitalista" di cui parla
Ricossa non è necessariamente un piccolo-borghese incatenato alla sua condizione di ceto
medio, bensì un Grande Borghese non privo di garbo e di eleganza. Ma il Grande Borghese
diventa tale quando le origini della sua ricchezza si perdono nella notte dei tempi e
quando lo "scandalo" dellascesa sociale ottenuta con la ricchezza e non
con la fedeltà a un rango pre-acquisito è diventato un punto invisibile, mitigato dal
tempo, sublimato dalla cultura e ingentilito dalle frequentazioni con
lestablishment.
Questo è lunico borghese accettato in
società: il borghese che sembra incarnare lidealizzazione manniana del borghese la
cui vita dovrebbe rassomigliare a quella della famiglia Buddenbrook (di cui appunto Mann
descrive la corrusca decadenza, sorvolando tuttavia sulla tumultuosa ascesa). Ma per la
"gente nuova e i sùbiti guadagni" non cè scampo: quella è
piccola-borghesia allo stato brado, incolta e grossolana, greve e incapace di qualsivoglia
sentimento sublime. Questo è il piccolo-borghese detestato e vilipeso, il ceto
medio disprezzato e temuto. Questo è il ceto medio bersaglio degli strali della cultura
"signorile".
Il romanticismo, che aveva bisogno assoluto di un antagonista da contrapporre alla
delicata sensibilità dellArtista solitario e in guerra con la società, coniò la
categoria del "filisteo", ricapitolazione quintessenziale di tutti i vizi e di
tutte le nefandezze del borghese piccolo piccolo, dedito al commercio e imprigionato nella
venerazione del Dio Denaro (che secondo i romantici, eredi in questo del cristianesimo
tardo-medioevale, incarnava invece il Dio Mammona). Il romanticismo politico amava il
popolo ma solo se era popolo in armi, moltitudine ribelle sulle barricate che avrebbe
potuto scaldare il cuore di un Victor Hugo. Altrimenti, se si trattava di un popolo che
vendeva e acquistava, che smerciava e scambiava, cera soltanto da disperarsi. Quel
popolo di straccioni che non avevano da perdere altro che le proprie catene rischiava di
diventare sovrano e despota. Sovrano "consumatore", però, oltre che sovrano
politicamente legittimato.
Ma quel genere di sovranità non poteva che suscitare lorrore di uno scrittore come
Gustave Flaubert: "Dobbiamo gridare contro i guanti a buon mercato, contro le
seggiole a braccioli, contro le stufe economiche, contro i tessuti finti, contro il finto
lusso [...]. Lindustria ha sviluppato la bruttezza in proporzioni gigantesche".
Di invettive contro la potenza dellindustria son piene le cronache letterarie degli
ultimi due secoli. Ma il disgusto di Flaubert sembra appuntarsi soprattutto sul moderno
beneficiario di "guanti a buon mercato" e "tessuti finti", su chi
ricerca spasmodicamente il brutto del "finto lusso". Nella retorica
anticonsumista che trova nel brano di Flaubert un prototipo prodigioso, laccento
emotivo dellinvettiva cade solo in minima parte sullindustria che creerebbe,
secondo un topos che ha fatto scuola, "bisogni indotti" e inautentici. Il vero
bersaglio è invece la psicologia del "consumatore", vulnerabile al richiamo
scintillante della pubblicità, culturalmente disponibile allacquisto del prodotto
serializzato, a basso costo, di qualità non eccellente, comodo ma soprattutto indicativo
di uno status. Il povero, chi non ha nulla da perdere se non le proprie catene, chi non
può permettersi nulla al di sopra del soddisfacimento di bisogni elementari e primari,
non può essere il consumista deplorato dagli apostoli del virtuismo che ammanta
lostilità signorile per il mercato e per il denaro. Chi consuma è il ceto medio.
Chi è il destinatario dei messaggi pubblicitari è il ceto medio. Chi viene invitato ad
acquistare è il ceto medio. E il ceto medio adora lasciarsi indurre allacquisto,
farsi trascinare nei circuiti del turismo di massa, indossare abiti creati dal Sistema
della Moda accettando il simil come surrogato a prezzo abbordabile dellautentico. E
così via.
Il ceto medio non lotta, consuma. Non si mobilita, acquista. Non ama leggere, ama fare
shopping. E quando, per mostrarsi degno di entrare in società, il nuovo ceto medio
accantona consumi vistosi ed esibizioni pacchiane e si mette disciplinatamente in fila per
entrare nei musei, va al cinema per vedere un film dautore, si sottopone ai riti
della cucina alternativa, invade le oasi vacanziere in cui si rifugiava il ceto dei colti,
lontano dal chiasso del turismo di massa, allora lo strato alto della borghesia
intellettuale, allergica al sudore e agli odori delle masse neo-ricche, escogiterà nuovi
diaframmi che si interpongano tra sé e il nuovo ceto medio in inarrestabile avanzata.
È un inseguimento continuo, destinato a popolare di incubi culturali il meritato riposo
di chi, erede di parvenus oramai inghiottiti dalloblio del tempo, passa la sua vita
a deplorare lirresistibile ascesa dei parvenus di recentissima acquisizione.
Nella cultura italiana, il pregiudizio ostile al ceto medio è esteso e dilagante. Persino
uno scrittore allergico al conformismo snobistico del ceto intellettuale, come Goffredo
Parise, si diceva orripilato dalle "conversazioni borghesi" correnti e auspicava
una borghesia nei cui discorsi "ci fosse qualcosa daltro (non dico di più,
dico daltro) che il denaro, il cibo, i ristoranti dove si mangia bene, il mare in
agosto, la macchina, lautostrada, linflazione". Inoltre, Parise diceva di
volere "dai nuovi borghesi un poco di risparmio, di bizzosa taccagneria verso se
stessi e la propria famiglia (senza farne una regola) e un poco o tanto di imprudenza
economica, di prodigalità addirittura, verso gli altri" (le citazioni sono tratte
dal bel libro parisiano pubblicato dalle edizioni Liberal con il titolo Verba volant, per
la cura di Silvio Perrella).
Ciò che Parise chiedeva, insomma, è che i "nuovi borghesi" cessassero di
essere tali, di cancellare quello stile di vita, quegli argomenti di conversazione
impolitica e disimpegnata, materialistica e consumistica, edonistica e pure un poco
spensierata, che costituisce lorizzonte stesso in cui parla la nuova piccola
borghesia. Parise non amava Pasolini, ma le sue parole avrebbero potuto essere
tranquillamente sottoscritte da Pasolini. O da Eugenio Montale, che era sì un grande
borghese ma odiava più di ogni altra cosa gli stilemi e la retorica della cultura
massificata. O da questo o quel regista della straordinaria stagione della "commedia
allitaliana" che era sì attratta da quella novità antropologica
dellitaliano del boom, appena entrato nei territori vasti della società del
benessere diffuso, e tuttavia restava sgomenta dal carico di vitalità esuberante ma anche
di volgarità che stava per sommergere il profilo morale e culturale della vecchia Italia.
Sfogliare la collezione del mitico Mondo di Pannunzio costituisce, a distanza di anni dal
momento della cessata pubblicazione di quel giornale così mitizzato, unutile
immersione in una cultura spaventata, anzi inorridita, dallirruzione dei
"neo-borghesi". Il ceto medio non ha cultura, ma sembra un destino inesorabile
che la cultura non si accorga del ceto medio se non per punirlo a causa del solo fatto di
esistere.
E se lostilità per la televisione ha trovato in Italia un terreno così fertile nel
ceto intellettuale è perché la cultura ostile al ceto medio ha visto in quella macchina
diabolica lespressione macroscopica del definitivo tracollo di un cemento
ideologico sempre più debole e friabile. Perciò bisognava fargliela pagare, al ceto
medio; se ucciderlo non si può, tosarlo e umiliarlo rappresenta pur sempre una bella
soddisfazione.
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