Pierluigi Battista
Come l'opposizione consolida il "regime".
Da "Ideazione" - n. 1 - Gennaio/Febbraio 1998
I liberali, che per fortuna non sono apostoli della virtù imposta per decreto legge, non dovrebbero arretrare inorriditi di fronte allelementare constatazione che a determinare il consenso politico provvedono, oltreché gli ideali, anche i più robusti interessi. Non cè dunque nulla di scandaloso se a nutrire fantasie e timori sul presunto regime dellUlivo, sullipotetico regime del centro-sinistra, sulleventuale regime del sinistra-centro contribuiscano anche considerazioni più terrestri di quelle, pur importanti, che attengono alla rarefatta dimensione dei valori, alla battaglia per la conquista delle anime, alla leale competizione su chi incarni più o meno compiutamente lo Spirito del Tempo. Si profila il pericolo del regime solo perché sembra ostruita la libera e spregiudicata circolazione delle idee? Si sta consolidando una pericolosa "polizia del pensiero" (la suggestiva definizione è di John Le Carrè) che preluderebbe a interminabili decenni di conformismo e di anestesia mentale? Oppure sono le ragioni più pedestri della convenienza a condizionare scenari che assomigliano in modo impressionante a ciò che viene comunemente definito "regime"?
Per la verità, le discussioni sul regime rischiano di ottenere un effetto di saturazione. Prima di tutto, direbbero i manuali di quella scienza negletta ma tuttaltro che inesistente che è la scaramanzia politica, perché a furia di gridare prima o poi cè il pericolo che si materializzi il motivo di tanto allarme. Ma soprattutto perché nello schieramento soccombente, quello del centro-destra, gli stentorei proclami contro il regime stanno diventando comodissimi alibi per non pensare ai propri giganteschi guai, per impedire esami di coscienza che non siano autoindulgenti o volgarmente propagandistici e autoconsolatori. Per non voler accettare, insomma, che la politica non è solo beau geste e sequenza sia pur brillante di blitz e colpi di scena ma è anche faticoso radicamento nelle cose, frequentazione curiosa dei poteri reali ("forti" e meno forti), dialogo con lestablishment, conquista culturale degli incerti e dei titubanti, apertura verso il mondo e la società, ripudio della sindrome del ghetto, rapporti non occasionali con il mondo della cultura, del linformazione e più in generale della comunicazione e della produzione simbolica. Tutte cose che lUlivo dimostra di padroneggiare con bravura e disinvoltura ma non per vocazione al regime, come si sostiene talvolta ringhiosamente da chi si sente escluso dal banchetto, ma perché il centro-destra ha lasciato ai suoi avversari il monopolio pressoché assoluto nella battaglia finalizzata al perseguimento di ciò che con una buona dose di pigrizia lessicale può essere ancora definita l"egemonia culturale".
La sensazione di nausea per le lamentazioni dei corifei dellantiregime, tuttavia, non dovrebbe indurre a un esasperato abbandono del tema in questione: altrimenti la conseguenza sarebbe quella di negare la sostanza dei pericoli che pure lItalia potrebbe correre se la maggioranza di governo disponesse di un potere non mitigato da contrappesi e non bilanciato da unopposizione solida e desiderosa di diventare, nel corso del tempo, maggioranza. Occorrerà dunque tapparsi le orecchie quando gli esponenti del centro-destra attribuiscono la colpa dellultima disfatta elettorale alla scarsa "visibilità" cui il "regime" avrebbe costretto i poveri reietti dellantiregime; quando nel Polo si lamentano per uninformazione complessivamente ostile allopposizione e non si rendono conto che se non ci sono tanti ottimi giornali di destra e "moderati" la colpa non è del destino cinico e baro ma proprio e solamente della destra e dei "moderati"; quando alla parata di artisti e intellettuali (questi sì di regime) che affollano gli happening dellUlivo, il centro-destra (come è accaduto a Roma) non sa che opporre la straordinaria partecipazione dei Cugini di campagna che invece di Anima mia gorgheggiano Italia mia. Occorrerà eroicamente far finta che tutto questo non esiste e chiedersi con molta semplicità se il "regime" cè o non cè. Ma a patto di accettare la premessa che non nelle insondabili regioni dellIdea bensì in quelle più prosaiche della Convenienza si possa trovare la chiave esplicativa della faccenda.
Occorrerà dunque fare un passo indietro e chiedersi se nel vituperatissimo "regime democristiano" fosse davvero sempre e comunque così conveniente, remunerativo, professionalmente e socialmente interessante militare sotto le insegne dello Scudo Crociato. La risposta è: in molti casi (per esempio, nel bianchissimo Veneto) sì, era proprio conveniente se non addirittura obbligatorio. Ma lItalia del "regime democristiano" si presentava come un Paese a macchia di leopardo. Non era detto che limprenditore dellEmilia o della Toscana, bisognoso di crediti bancari, che il docente universitario desideroso di pubblicare i propri volumi presso una prestigiosa casa editrice, che il piccolo borghese acculturato tuttaltro che riluttante allidea di farsi una brillante carriera nel sindacato, che il funzionario radiotelevisivo lottizzato in quota "sinistra", che larchitetto in attesa di essere chiamato da qualche municipio "rosso" per la riqualificazione urbana" del centro storico, che il regista impegnato in attesa di sovvenzioni pubbliche, che insomma una di queste (e di altre) figure si dovesse sottomettere a logiche di appartenenza scudocrociata. Malgrado le apparenze, nel "regime democristiano" la presenza di forti contrappesi (dal sindacato agli enti locali, dalle Regioni rosse alluniverso editoriale, dal mondo della cultura e dellarte a quello dellinformazione) faceva sì che lessere allopposizione non condannasse allirrilevanza politica, alla marginalità socio-culturale e all"impresentabilità" chi non si acconciava allopinione politicamente maggioritaria nel governo centrale.
In un Paese privo di contrappesi istituzionali e di una cultura giuridica liberale fondata sullidea che chi vince alle elezioni non debba stendere la propria ombra su ogni segmento della vita associata, in questo Paese, dunque, tutto il merito va ascritto naturalmente a chi con lentezza e costanza ha sedimentato una propria presenza radicata nella società e nei gangli vitali del mondo produttivo e culturale: alla sinistra, appunto. Ma, a parte la distribuzione di meriti e demeriti, sembra proprio che nelletà dellincerto bipolarismo lo schieramento sconfitto non sia in grado di presentare ai cittadini alcuna delle condizioni che in tempi di "regime democristiano" impedirono che la condizione delloppositore suonasse come una condizione disperata e perciò priva di appeal. Sul piano della Convenienza, quindi, e non dellIdea, il fatto che allindomani del 21 aprile 1996 non convenga a un imprenditore rendere nota la propria eventuale simpatia per la minoranza, a un giornalista "in carriera" mostrarsi troppo critico con lattuale governo, a un regista labitudine asociale, e perciò sospetta, di non frequentare i circoli che contano e da cui dipende il finanziamento di un film, eccetera eccetera, questo fatto configura le precondizioni che favoriscono linstaurarsi di un vero e proprio "regime". Beninteso, nessuno porta una "colpa" specifica per come vanno le cose. Fatto sta che non cè niente di più vicino al regime storicamente conosciuto di quella sensazione di vuoto, di deserto, di tabula rasa che si viene a materializzare attorno alla figura del "vinto" che, come tale, non è più in grado di assicurare ai propri seguaci un decente inserimento nei circuiti "che contano". E non cè niente di peggio di unopposizione che interiorizzi questa percezione di solitudine e di irrilevanza sociale al punto da riprodurre nel proprio seno quella sindrome del ghetto (la stessa che nellItalia repubblicana ha condannato allirrilevanza la destra di stampo neofascista, nostalgica e reducista) che eternizza la situazione di fatto e inocula sempre più la tentazione del "regime" propriamente detto. Un "regime" in cui anche il lamento diventa un lusso intollerabile.
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