Geronimo

Solo un proporzionale alla tedesca può spazzar via le bancarelle dei voti.

Da "il Giornale" - 20 Aprile 1999


Ancora una volta il 18 aprile è stato un giorno fondamentale per la democrazia italiana. Non sembri un’iperbole, ma la posta in gioco nel referendum di ieri era altissima. Perché riguardava la delicata questione della rappresentanza democratica. Il referendum Di Pietro-Segni puntava infatti dritto al cuore del sistema dei partiti con una propaganda da Minculpop antipartitocratica in cui si distinguevano, guarda caso, proprio Veltroni e Fini, e cioè i segretari dei due partiti che per cinquant’anni ci avevano spiegato che il mondo andava da tutt’altra parte. La vicinanza ideologica e politica tra i due, per chi ha visto la lunga trasmissione guidata da Giulio Borrelli su Raiuno subito dopo la chiusura delle urne, è stata imbarazzante e, per molti aspetti, anche inquietante. Se Di Pietro e Segni erano, infatti, i pifferai di un movimento confuso e populistico e dei quali forse diventa anche inutile parlare, Veltroni e Fini, e cioè i postcomunisti e i postfascisti, erano i condottieri delle truppe necessarie per introdurre di rappresentanza politica che avrebbe affondato le proprie radici nel peggiore europeismo e nella virtualità massmediologica e oligarchica del sistema uninominale.

Fini e Veltroni avevano fatto questa scelta per motivi apparentemente diversi ma sostanzialmente uguali. Fini vedeva nel sistema uninominale maggioritario la garanzia contro quello spettro della ghettizzazione che per cinquant’anni aveva inchiodato il suo partito in un ruolo marginale e inutile, con ciò dimostrando che il primo a non credere alla propria capacità di diventare un partito democratico di massa indispensabile per la vittoria dei moderati era proprio lui. Alla stessa maniera Walter Veltroni vedeva nell’estensione del sistema uninominale maggioritario la garanzia che gli avrebbe consentito di dominare lo schieramento progressista con appena il 20 per cento dei voti e senza avere più né l’egemonia culturale né tampoco la forza politica per ritornare a essere un grande partito di massa. Tutto il resto dell’armata referendaria era fatta da uomini come Segni e Di Pietro che da tempo hanno scambiato la notorietà televisiva per sostanza politica e che con il referendum pensavano di costruire un proprio grande futuro politico accompagnandosi a personaggi anche divertenti e salottieri come Luigi Abete.

Per non parlare infine di Romano Prodi che con le sue intempestive e ridicole dichiarazioni trionfalistiche dell’altra sera in televisione ci ha dato la conferma che abbiamo mandato in Europa poco più che un capo comico. E di questo è responsabile quel Massimo D’Alema che è stato spaventato dai ragli dell’asinello e che, temendo i fantasmi del maggioritario, si è infilato all’ultimo momento anche lui goliardicamente nella carovana degli sconfitti. Nessuno di questi ha pensato che il Paese avesse la capacità di capire la posta in gioco tanto che due terzi del Parlamento era convinto di una schiacciante vittoria del sì.

Il Paese, invece, dopo aver visto lo scempio di questi anni ha capito che il sistema maggioritario non era il nuovo contro il vecchio, che non riduceva i partiti ma, al contrario, ne garantiva la proliferazione, che agevolava il trasformismo e i ribaltoni piuttosto che la stabilità e la chiarezza e che infine non consentiva una selezione darwiniana della classe dirigente che può avvenire solo se si lascia per davvero nelle mani del popolo la scelta del partito e delle persone da votare.

LO ha capito il Nord produttivo che per metà ha disertato le urne e lo ha capito quel Sud che aveva ancora sulla pelle i segni delle ferite di quel trasformismo d’inizio secolo che aveva trovato proprio nel sistema uninominale maggioritario la propria origine e la propria forza e che finì solo con l’avvento del sistema proporzionale.

E lo ha capito più di tutti Silvio Berlusconi che, pur avendo parte rilevante del proprio elettorato ammaliato dalla propaganda referendaria, non si è lasciato fuorviare da una concezione democratica della politica dimostrando con ciò statura e non poco coraggio. Ma questa Italia che ha vinto deve avere oggi la capacità oggi di vedere quanto di buono e di positivo c’è nelle aspirazioni di quella parte di popolo che ha votato Sì (circa il 40 per cento degli aventi diritto al voto) e accordarsi con essa per garantire al Paese due grandi obiettivi di fondo. Il blocco della frammentazione partitica che ha sin qui procurato una pericolosa miniaturizzazione della politica italiana, responsabile a sua volta del diffuso scetticismo e della progressiva disaffezione al voto, e il rilancio e il rinnovamento culturale e politico dei partiti.

Piaccia o no, l’unico sistema che garantisce il primo di questi obiettivi è quello proporzionale alla tedesca, con uno sbarramento, cioè, al 5 per cento che spazza via in poche ore tutti quei partitini che altro non sono che "bancarelle" organizzative prive di prospettiva e alimentate solo dall’utilità marginale che il sistema uninominale garantisce a chiunque abbia anche solo l’1 o il 2 per cento dei voti. È questo il sistema che regge da oltre cinquant’anni il bipolarismo politico tedesco e che è il più valido per tutti quei Paesi che, contrariamente a quelli dell’area anglosassone, hanno una storia di più opzioni politiche.

Il secondo obiettivo, e cioè il rinnovamento culturale e organizzativo della politica, passa inevitabilmente per il contrasto al dilagante cesarismo e per un rilancio di quella democrazia interna dei partiti che resta il lievito per la libera circolazione delle idee, a sua volta indispensabile per costruire un grande partito di massa come avviene in tutta l’Europa democratica.

È questo il filo invisibile ma forte che tiene legata l’Italia del No con larga parte di quella del Sì la cui aspirazione, è bene ricordarlo, è solo di veder tornare nell’orizzonte italiano la politica vera ponendo fine a quella triste stagione dell’effimero e della virtualità. Ed è da qui che i vincitori del referendum devono partire se vogliono costruire un’Italia politica diversa e migliore di quella di oggi.

 

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