Geronimo

Dopo trentasette anni.

Segni paga il debito agli eredi del Msi.

Da "il Giornale" - 25 Aprile 1999


Nel maggio del 1962, dopo otto votazioni andate male, Antonio Segni, leader autorevole della Democrazia cristiana e padre affettuoso del buon Mariotto, fu eletto presidente della Repubblica grazie all’esplicito appoggio della destra monarchica di Covelli ma più ancora per il sostegno del vecchio Msi di Michelini. Oggi Mariotto Segni paga, a 37 anni di distanza, il suo debito agli eredi di Michelini guidati dal giovanile Gianfranco Fini. Da buon cattolico, Mariotto sa che il buon Dio non paga il sabato ed era giusto quindi, per chi è praticante, che prima o poi quel vecchio debito familiare andasse onorato. Naturalmente Fini ringrazia perché la via dell’evoluzione liberal-democratica del suo partito è tutta in salita e quindi anche Segni può dare una mano visto e considerato la sua autorevole discendenza e la sua ventennale militanza nella vecchia Dc. I meridionali di An, però, stanno toccando ferro. Dopo l’ultima sconfitta referendaria, infatti, il sospetto è d’obbligo. Il simpatico Mariotto sembra portarsi dietro una iella figlia, forse, di una maledizione antica lanciata da qualche anima pia del suo vecchio partito. Solo così si spiega il lungo e fallimentare girovagare politico di un giovane che promise molto ma non ne indovinò neanche una.

Dal patto stretto con la Lega di Maroni subito sconfessato da Bossi al voluttuoso bacio con Occhetto applaudito quella volta anche da Caselli che come si sa persegue penalmente i baci tra gli uomini. Dopo il referendum del ’93 sul sistema uninominale maggioritario in un’orgia di slancio democratico tenuta nel catino del PalaEur riempito di bandiere di ogni colore Mariotto Segni sembrava avesse l’Italia in pugno. Anche quella volta, però, la saggia Italia gli sfuggì dalle mani così come tramontò subito l’amore per Occhetto rapidamente sostituito da Martinazzoli che portò alla sconfitta nelle prime elezioni con il maggioritario nel ’94. Fu detto allora che Mariotto Segni, pur avendo vinto la lotteria, aveva perso il biglietto.

E così ricominciò ad errare nei meandri di una politica sempre più virtuale e incomprensibile armato solo dello scudo referendario. Il referendum, infatti, è stato sempre la sua vita, il suo sogno, la sua vittoria (rara) e la sua sconfitta (frequente). Subito dopo pretese a ondeggiare tra centrodestra e centrosinistra con rapidi e transitori spostamenti senza sapere dove si fermasse il proprio pendolo. Dopo l’amara sconfitta del 18 aprile (data fatidica per un democristiano) la carica del pendolo si è però esaurita e il simpatico Mariotto si è trovato fra le braccia affettuosa di Gianfranco Fini.

L’entusiasmo tra i deputati di An per l’adesione di questo autorevole democristiano è però mitigato dalla personalità di Mariotto. Non tanto per l’altalena delle sue scelte politiche perché, come si sa, la coerenza è la virtù degli imbecilli e Segni ha dimostrato, almeno su questo versante, di essere intelligentissimo. Quel che preoccupa la base parlamentare di Alleanza nazionale è invece questa sua "sfiga" che a 60 anni suonati lo fa essere ancora un giovane di belle speranze. I più comprensivi, però, finiscono per avere tenerezza per Mariotto perché con la sua bella iella finisce per ricordare lo sfortunato Paperino di Walt Disney umiliato dalla fortuna sfacciata del suo cugino Gastone, al secolo Romano Prodi. Per i due, infatti, stesso anno di nascita (il 1939), stessa scuola dc ma, la differenza è tutta lì, nella maledizione che persegue Mariotto e nella stella che protegge Romano.

L’ultima scelta (almeno per il momento) di Mario Segni, però, ha riproposto un tema che rischia di dividere le nostre già frantumante forze politiche. Dalla destra e dalla sinistra tutti sembrano essere a caccia di dc e socialisti. E, per una stampa schierata, ci sono quelli buoni e quelli cattivi. Tutto dipende dalle amicizie che frequentano. Se un dc o un socialista sceglie la sinistra o la destra, è buono, nuovo e quasi sempre vittima della prima Repubblica. Naturalmente i giudizi si possono cambiare. Se Mastella era un ragazzaccio intollerabile quando era nel Polo, oggi che sostiene D’Alema è un embrione di statista. Se Claudio Martelli sostiene lo Sdi di Boselli o Giuliano Amato entra nel governo D’Alema, sono socialisti violentati dal vecchio satrapo di Hammamet, se De Michelis invece sceglie l’alleanza con Forza Italia, è il vecchio che avanza. Un costume, questo, che si è rapidamente diffuso anche nella cultura di destra. Se Fiori, Selva e oggi Mario Segni scelgono An, sono bipolaristi, nuovi e ricchi di futuro. Se qualche democristiano dovesse aderire invece a Forza Italia o al Ccd o a altri partiti di centro sarebbe il ritorno dei fantasmi del passato. Diciamo la verità, se questa è diventata la politica italiana allora pirandellianamente non è una cosa seria. Fini e Veltroni avevano pensato di utilizzare insieme la battaglia referendaria per egemonizzare ognuno un pezzo importante del quadro politico. Il paese lo ha capito e sono stati battuti ed oggi sono terrorizzati che Marini da un lato e Berlusconi dall’altro possano crescere dando un’impronta europea alla politica italiana, a cominciare dall’elezione del capo dello Stato. La guerra, come si vede, non è solo quella che si combatte nel Kossovo.

 

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