Geronimo

La deflagrazione del centrosinistra.

Quel che resta dell'Ulivo: il Monòpoli del potere.

Da "il Giornale" - 5 Febbraio 1999


La deflagrazione del centrosinistra è ormai sotto gli occhi di tutti e la profezia di Giuliano Amato per un prossimo «partito delle centopadelle» è molto meno bislacca di quanto si possa pensare. Finanche Achille Occhetto si appresta a lasciare la Quercia dopo esserne stato il fondatore per incamminarsi lungo una fumosa terza via tra il Partito popolare europeo e il Partito socialista europeo. Se le parole hanno ancora un senso, insomma. Occhetto non solo non è più comunista ma non è neanche socialista e sposa una linea il cui pensiero politico e culturale è affidato a Romano Prodi, ad Antonio Di Pietro e a Francesco Rutelli. Nessuno tra questi nuovi pensatori, peraltro, ha spiegato le ragioni delle drammatiche divisioni che si stanno consumando tra i partiti dell’Ulivo. A parole, infatti, tutti si dichiarano leali con il governo D’Alema, tutti confermano di condividerne il programma e tutti riconfermano la scelta strategica di un centro alleato alla sinistra.

Se programmi e alleanze sono comuni, allora qual è il motivo del contendere? Perché si divide oggi quel che si pensa di tenere unito domani? Sembra un mistero e invece la risposta è semplice e drammatica a un tempo. Lo scontro tra i partiti del centrosinistra è ormai solo uno scontro di potere. Democratici di sinistra, popolari, verdi, Di Pietro, Prodi e chi più ne ha più ne metta, hanno abbandonato da tempo gli ormeggi della politica per dedicarsi esclusivamente alla gestione del potere. Il partito di Veltroni e di D’Alema ha messo in soffitta quelle poche buone abitudini che aveva il vecchio Pci che, pur tra i tanti errori, sapeva attivare un dibattito serio con un ampio arco di forze culturali e sociali sulle più grandi questioni del Paese. Oggi sa che non può più essere un partito comunista, ma non sa bene ancora cosa sia al punto tale da oscillare tra cedimenti liberisti e rigurgiti dirigisti. Non c’è dibattito, c’è poca democrazia interna e gli sforzi sono tutti tesi a tutelare le ragioni del governo in un’ottica di quotidianità esasperante che è la tomba per qualsiasi partito.

E ciò che vale per i Ds vale a maggior ragione per i popolari e per tutte le altre formazioni minori della variopinta maggioranza di governo. In questo vuoto della politica non c’è da meravigliarsi, allora, se la scena viene dominata dagli scontri tra persone e gruppi di interesse l’uno contro l’altro armati. Non è un caso che ad accendere la miccia dello scontro sono uomini come Prodi, Di Pietro, Rutelli, Cacciari e altri che si distinguono solo per una proposta di adesione fideista alle presunte capacità taumaturgiche dei nuovi condottieri senza macchia e senza paura. Chi oggi teme e blatera contro questa dissoluzione nominalistica come fa ad esempio Eugenio Scalfari scomodando un’antipatia popolare verso i partiti inventata di sana pianta, dimentica che questa disgregazione è figlia di una martellante campagna di stampa ispirata, in questi anni, da alcuni ben individuati salotti per accrescere potere e portafoglio.

Hanno beatificato la prospettiva salvifica del governo dei tecnocrati contro la presunta corruttela di tutti i partiti e oggi si ritrovano con un sistema che crolla a pezzi, in questi ultimi tempi non c’è opinionista che non invochi per l’Italia una sanità europea, delle Ferrovie europee, una flessibilità del mercato del lavoro e politiche fiscali di stampo europeo, insomma un processo di europeizzazione dell’intera società italiana. Nessuno, però, invoca una politica di profilo europeo dove tradizione, programma e progetti si confrontano e si scontrano grazie a partiti chiaramente socialisti in contrapposizione ad altri chiaramente collocati nel centro popolare e liberaldemocratico.

In Italia, invece, abbiamo la fortuna, se così si può dire, di avere partiti socialisti ma non troppo, partiti collocati nel centro popolare europeo ma con mille distinguo e mille riserve e infine partiti e raggruppamenti apolidi come quelli di Prodi e di Di Pietro. All’indomani delle elezioni europee ci accorgeremo che in Italia il partito di maggioranza relativa è all’opposizione mentre il partito maggiore della coalizione di governo non supera il 17-18%. Bisanzio era decisamente più stabile. E in questo scenario frantumato si giocherà il nuovo Monopoli del potere, dal Quirinale a Palazzo Chigi per finire a Bruxelles e a Strasburgo. Pochi si salvano da questo marasma e quei pochi non hanno né la forza né il coraggio di prendere pubblicamente le distanze dai nuovi peronisti di quartiere o di salotto che hanno comunque un merito, quello di seppellire definitivamente sotto le macerie di questa guerra del Bronx quel centrosinistra che voleva rappresentare la nuova primavera politica e che, alla resa dei conti, altro non è che una mediocre lotta di potere tra personaggi in cerca d’autore.

 

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