Geronimo

E il premier Massimo ci mette il cappello.

Da "il Giornale" - 2 Gennaio 1999


Un cammino lungo quasi cinquant’anni, da quando cioè sorse la Comunità del carbone e dell’acciaio (Ceca) negli anni Cinquanta come primo momento della costruzione di un’Europa sempre più unita. L’entrata ieri in vigore dell’euro è il sigillo su questo cammino costellato di dure battaglie, di scontri politici, di incomprensioni ma anche di idealità tenacemente perseguite e che hanno dato per la prima volta, dopo molti secoli, cinquant’anni di pace ininterrotta alla vecchia Europa. É una vittoria costruita, giorno dopo giorno, dal grande moderatismo italiano ed europeo, cattolico e liberaldemocratico, a cui si è aggiunto, dagli anni Sessanta in poi, il sostegno del socialismo democratico per lungo tempo in netta contrapposizione con la sinistra comunista di Togliatti e Berlinguer. Festeggiare la moneta unica senza ricordare il lungo cammino che le sta dietro, significa non capirne le radici ma più ancora non avere la bussola per continuare lungo la strada intrapresa verso quell’Europa politica che è sempre stata l’obiettivo di uomini come Adenauer, De Gasperi e Andreotti che firmarono gli accordi di Maastricht del 1991. In una lunga intervista nell’ultimo giorno dell’anno Massimo D’Alema dimentica tutto questo e, con uno sconcertante provincialismo, si appropria un traguardo, quello della nascita dell’euro, solo per aver fatto nel 1996 una manovra di 62mila miliardi, 10mila in più di quelle fatte da Berlusconi e Andreotti nei primi anni Novanta. Una manovra, peraltro, che fu decisa solo dopo che Aznar prima e Kohl e Chirac poi dissero no allo slittamento della data del primo gennaio ‘99 che nell’estate del ‘96 Prodi e Ciampi chiesero con insistenza.

Quel vincolo esterno posto dai moderati europei (Kohl, Chirac e Aznar) impose al governo di centrosinistra una rapida marcia indietro rispetto allo stesso documento di programmazione finanziaria approvato qualche mese prima e, nello spazio di un mattino, fu deciso di raddoppiare quantitativamente la manovra correttiva sui conti pubblici mentre però sul terreno della qualità delle misure fu dato fiato a quella politica deflattiva già avviata dai precedenti governi Ciampi e Dini e che costarono al Paese oltre un milione di posti di lavoro per tutti. Una ferita che sanguina ancora nel tessuto vivo del Paese. Nel biennio ‘97-98, infatti, mentre la Spagna è cresciuta del 7,3%, la Francia del 5,3%, la Germania del 4,9%, il Belgio del 5,9%, per non parlare dell’Irlanda e della Finlandia che hanno avuto tassi di crescita a due cifre, l’Italia è cresciuta di appena il 2,8%. É tutta qui la drammatica diversità del cammino fatto dalla nostra sinistra che ieri resisteva all’idea dell’Europa unita e che oggi ha fatto entrare la lira nell’euro dalla porta di servizio dopo aver stremato il Paese con la selvaggia deflazione messa in piedi negli ultimi anni e di cui è testimonianza il tasso di disoccupazione che, unico tra i Paesi europei, continua ancora a essere in crescita. Ed è un vero e proprio falso quello che dice D’Alema secondo cui la nostra bassa crescita è dovuta a una difficoltà del capitalismo italiano a stare dentro le regole di legalità e di efficienza nella pubblica amministrazione presenti in tutt’Europa. Se il Paese non è entrato in una selvaggia recessione lo si deve, invece, proprio alla vitalità di un mondo produttivo che ha saputo contrastare la scellerata politica economica di Ciampi fatta di tasse, di riduzione degli investimenti pubblici e di aumento della spesa corrente, garantendo livelli di export che hanno fatto da contrappeso alla caduta della domanda interna e degli investimenti privati e pubblici.

La nascita dell’euro, secondo Massimo D’Alema, avrebbe anche il significato della fine di un modello di sviluppo fondato sul deficit, sulla spesa assistenziale e sulla rendita finanziaria. Il nostro presidente del Consiglio sa molto bene, invece, che chi ha difeso la spesa assistenziale e il deficit di bilancio, a cominciare dal referendum sul punto unico della scala mobile alla metà degli anni Ottanta, fu proprio il suo partito. Un partito che oggi sostiene un nuovo blocco sociale fatto dalla parte militante del sindacalismo italiano e dalle grandi famiglie italiane che controllano larga parte dell’informazione della carta stampata. Un blocco sociale che da alcuni anni sta spiazzando il nostro sistema produttivo scaricando sullo sviluppo e sull’occupazione i costi di un accordo di potere che dà a D’Alema il governo formale del Paese, ai sindacati la immodificabilità del sistema pensionistico con il potere che ne deriva e alle grandi famiglie società pubbliche a prezzi stracciati e rottamazioni varie che poco o nulla hanno a che fare con interessi popolari del mondo produttivo e del lavoro. Questo patto di potere ci ha tenuto e continuerà a tenerci ai margini dello sviluppo economico europeo come dimostrano i rispettivi tassi di crescita dei vari Paesi e contribuirà non poco a ridurre anche la forza più propriamente politica dell’Italia. Il caso Ocalan con la solidarietà solo verbale dei nostri partner europei e la vicenda Irak che ha incrinato i rapporti con Blair, Schroeder e Aznar sono la testimonianza di una sostanziale inconsistenza politica del nostro Paese stretto tra un atteggiamento predicatorio e un vecchio e superato terzomondismo. L’era della moneta unica metterà sempre più a nudo i limiti e le debolezze politiche e economiche di quest’Italia, almeno fino a quando sarà governata da una sinistra ciarliera oppressa dal suo pesante bagaglio storico e capace di dare il meglio di sé solo guidando le feste di piazza nella notte di Capodanno.

 

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