Geronimo
Le tasse non si riducono ma si redistribuiscono.
Da "il Giornale" - 10 Dicembre 1998
Cè un vecchio detto popolare che suona più o meno così: se mi imbrogli una prima volta, la colpa è tua, se riesci a farlo una seconda volta la colpa è mia. É questa la prima reazione a caldo alla iniziativa del governo sul nuovo patto sociale che dovrebbe rappresentare il regalo natalizio per gli italiani. Questa maggioranza è la stessa che da alcuni anni ci ha promesso una lenta ma progressiva crescita della nostra economia e unaltrettanta progressiva riduzione della disoccupazione e del divario Nord-Sud. Da tre anni, come è noto, cresciamo meno di tutti, il divario tra Nord e Sud è paurosamente aumentato e siamo lunico Paese europeo in cui il tasso di disoccupazione è aumentato (dal 12,1 al 12,3 per cento) mentre la media europea è scesa al di sotto del 10 per cento. É questa e non altra la credibilità conquistata sul campo dalla maggioranza di centrosinistra. Ma veniamo a oggi. I capisaldi di questo nuovo patto sociale, secondo le dichiarazioni di DAlema e Bassolino, dovrebbero essere: il rilancio delle infrastrutture nel Sud, lalleggerimento della fiscalità sul reddito dimpresa e sul costo del lavoro, la formazione professionale e nuove regole della contrattazione.
Per quanto riguarda le infrastrutture siamo allennesimo libro bianco. Si è scomodato un maxiconvegno tenuto a Catania per scoprire, nientepopodimeno che il Sud ha bisogno di potenziare le reti nel settore del trasporto su ferro (Ferrovie) e nel settore idrico. Poco meno dellacqua calda dal momento che queste due linee di intervento sono note da almeno 50 anni. In verità il nodo sulle infrastrutture è prevalentemente finanziario. Ciampi ha da tempo bloccato gli investimenti pubblici perché non potendo contare su una effettiva riforma del welfare, a cominciare dalla previdenza, ha tentato di quadrare i conti riducendo la spesa in conto capitale e aumentando la pressione fiscale. Fino a quando non sarà risolto questo nodo tra spesa corrente e investimenti pubblici non si caverà quindi un ragno dal buco e i convegni come quello di Catania serviranno solo a far propaganda e a discutere come si spenderanno i soldi europei dopo il Duemila. Insomma campa cavallo che lerba cresce.
Sul terreno del fisco, poi, rischiamo una colossale comica. La politica di bilancio del governo è già stata fissata con la legge finanziaria in corso di approvazione al Senato. Essa prevede, per il 1999, una pressione fiscale sostanzialmente invariata rispetto allanno che si chiude se si eccettua la scomparsa di qualche "una tantum" del passato come, per esempio, leurotassa. Ciampi e Visco, infatti, hanno fatto muro contro la pressione delle opposizioni parlamentari, dei sindacati e della stessa Banca dItalia, che hanno chiesto insistentemente la riduzione del prelievo tributario su imprese e famiglie, per rilanciare investimenti e occupazione. Purtroppo, non ci sembra che il governo voglia cambiare questa impostazione, anche perché i conti pubblici incominciano a scricchiolare vista la caduta del gettito Irap (mancherebbero a fine danno sei-ottomila miliardi) e di quello in relazione alla minore crescita del Pil.
Non a caso, infatti, Massimo DAlema proprio ieri ha parlato di una redristibuzione del carico fiscale sui vari fattori della produzione. Diminuire il costo del lavoro a parità di salario vuol dire ridurre gli oneri propri e impropri che gravano sulloccupazione. Ma se il tutto non si ricollega a una riduzione generale della pressione fiscale, ciò che si toglie dal costo del lavoro propriamente detto verrà messo sul costo degli altri fattori di produzione (DAlema ha parlato a esempio dellenergia elettrica) o compensato con altre tasse. Insomma, come la si volta e la si gira, loppressione tributaria su imprese e famiglie secondo il governo non può mutare nonostante le continue dichiarazioni del nostro Visco sempre più ministro-Pinocchio. Tuttal più può cambiare la distribuzione sul carico fiscale ma niente di più.
Sulla formazione, dopo la reprimenda della commissione europea, siamo ancora allanno zero. Oltre a un generico annuncio di voler rilanciare lapprendistato (strumento che già esiste dal 1991 e che in questi 7 anni si è ridotto per la bassa crescita di ben 150mila unità), lunica novità sarebbe quella di attivare un contatto telefonico con almeno il 20% degli iscritti negli uffici di collocamento per orientarli sul terreno formativo e lavorativo. Insomma una sorta di telefono amico per chi è disperato.
La mistica della concertazione, con tutti i suoi riti e le sue liturgie, in realtà, nasconde una incapacità a governare. Il confronto con le parti sociale è, naturalmente, indispensabile per costruire una politica di governo in una società postindustriale, ma pensare che il complessivo governo del Paese si identifichi nella concertazione, vuol dire battere una pista illiberale, emarginando il Parlamento, e povero di risultati, come dimostrano gli ultimi tre anni durante i quali siamo diventati la cenerentola dEuropa per sviluppo, occupazione e competitività.
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