Geronimo
da Schroeder a D'Alema.
Primi danni in Europa della politica di sinistra.
Da "il Giornale" - 13 Novembre 1998
LEuropa socialista sta incominciando a crear danni ancora prima di quanto si potesse immaginare. A Tony Blair è bastato poco più di un anno di governo per far precipitare la crescita della Gran Bretagna dal 3,5% del 97 all1% del 99 (previsioni comunicate qualche giorno fa dallo stesso cancelliere dello Scacchiere). A Gerhard Schroeder sono state sufficienti alcune settimane per capovolgere il programma con cui si era presentato alle elezioni e riavviare quella proposta di riduzione delletà pensionabile a 60 anni che, insieme con le 35 ore, rappresenta lincarnazione del vecchio slogan di sinistra "lavorare meno per lavorare tutti". A Massimo DAlema son bastati, invece, pochi giorni per chiedere un alleggerimento contabile dei vincoli di Maastricht sui deficit dei Paesi membri, ipotesi subito bacchettata dal commissario europeo De Silguy.
Il rischio è che si consolidi un nuovo ridicolo e falso bipolarismo politico secondo il quale i moderati europei sarebbero i fautori dellEuropa dei banchieri, dal profilo monetario rigoroso e insensibile ai problemi della crescita, mentre i partiti socialisti e comunisti sarebbero i fautori di un New Deal dello sviluppo e delloccupazione. La contrapposizione, invece, è ben altra. Essa è tutta racchiusa nelle radici della politica di sinistra da sempre alternativa a quella del centro moderato. E non a caso lEuropa, come lItalia, nella seconda metà del secolo ha conosciuto stagioni di forte sviluppo proprio con i moderati al potere.
É infatti sufficiente guardare i risultati degli ultimi governi della sinistra italiana, da Ciampi a Dini per finire a Prodi, con i quali il risanamento contabile dei conti pubblici è stato intimamente legato ad una politica economica deflazionistica che ha registrato una disoccupazione di massa mai registrata negli ultimi quarantanni. In unEuropa in cui il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10%, lItalia con il suo 12,3% è al secondo posto dietro alla Spagna, ma con laggravante che la sua crescita è da alcuni anni un terzo di quella spagnola. Risultati, questi, inevitabili quando non si è nelle condizioni politiche di fare una vera riforma del welfare state e del mercato del lavoro.
Il circuito virtuoso "meno tasse, meno spesa corrente, più investimenti pubblici e privati" sembra quasi sconosciuto alla sinistra italiana che al contrario ha sempre adottato una politica di alta pressione fiscale e di tutela dei piccoli e grandi privilegi di un sistema di sicurezza sociale che è diventato nel corso dellultimo decennio fonte di ingiusta diseguaglianza immiserendo, peraltro, milioni di famiglie italiane.
Naturalmente la prima vittima di questa impostazione è stata la spesa per gli investimenti. E i numeri sono lì a testimoniarlo. Le spese in conto capitale nel 97 sono state di 2 punti in meno rispetto al 1990 mentre nello stesso periodo le spese correnti per le prestazioni sociali sono esattamente aumentate di 2 punti e le entrate fiscali sono aumentate di ben 4 punti. É avvenuto, insomma, precisamente il contrario di quello che il Paese avrebbe avuto bisogno e che testimonia come la caduta degli investimenti non fosse collegata allo stock del debito pubblico ma alla crescita della spesa corrente. E la polemica del ministro del Tesoro contro il governatore della Banca dItalia che sottolinea il tempo perduto per risanare strutturalmente i nostri conti pubblici non è degna di un Paese serio.
Ciampi quando ha guidato il governo nel 93 ha fatto la manovra correttiva più debole dellultimo decennio e se si è ridotto nel 97 di 4 punti il deficit annuale di bilancio è stato solo grazie a un aumento di 2 punti della pressione fiscale e a una riduzione della spesa per interessi di un punto e tre, mentre le altre spese, quelle strutturali cioè, sono state ridotte di appena lo 0,7% (e in prevalenza sono quelle in conto capitale a essere state penalizzate). Antonio Fazio, contro il quale stizzosamente anche Romano prodi ha polemizzato ieri, da oltre un anno richiama lurgenza di una politica economica diversa che non può però essere racchiusa nella proposta fatta in questi giorni da Mario Monti e ripresa da massimo DAlema, e cioè di sottrarre la spesa per investimenti ai criteri di Maastricht.
Questa sarebbe una risposta contabile a un problema di drammatica stagnazione economica, che richiede al contrario una forte e contestuale riduzione della pressione fiscale e della spesa corrente per creare i necessari spazi finanziari in grado di rilanciare consumi e investimenti pubblici e privati senza aumentare il costo del denaro. Ma in Italia la sinistra di governo è talmente appesantita dal bagaglio storico del Partito comunista che neanche sul terreno delle parole riesce a definirsi socialista come invece da decenni fanno i loro compagni spagnoli, francesi e tedeschi. Una zavorra storica che fa del riformismo di sinistra più un esercizio culturale e salottiero che non una politica degna di un grande partito di massa.
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