Geronimo

La recessione è figlia della sinistra.

Da "il Giornale" - 2 Novembre 1998


Il Presidente del Consiglio Massimo D’Alema ha scoperto il rischio recessione. E subito il controcanto di alcuni autorevoli commentatori politici ha spiegato che la responsabilità è del Giappone e del Sud Est asiatico oltre naturalmente che dei banchieri centrali europei. Ma dove erano mai Massimo D’Alema ed Eugenio Scalfaro quando l’economia italiana nel ‘96 cresceva di appena lo 0,7 per cento e nel ‘97 di uno striminzito 1,5 per cento ? Eppure nel biennio trascorso l’economia giapponese era più o meno sullo stesso livello di stagnazione e di recessione di oggi mentre le tigri del Sud Est asiatico erano ancora una delle sette meraviglie del mondo. Ma c’è di più. Nel 1995, dopo un anno di crescita negativa, gli strumenti fiscali contenuti nella legge finanziaria approvata dal governo Berlusconi-Tremonti consentirono all’Italia di avere un incremento del Pil del 3 per cento. Per dirla in maniera ancora più semplice, se si guardano le tabelle dell’economia italiana e internazionale del quadriennio ‘94-97, si vedrà che i governi Ciampi, Dini e Prodi hanno fatto avere una crescita negativa o modesta al Paese mentre quello del centrodestra ha determinato la crescita più alta di tutti gli anni Novanta in un contesto economico internazionale sostanzialmente omogeneo.

Ma all’esame dei dati economici e di bilancio si vede anche che nel quadriennio considerato le manovre correttive di finanza pubblica hanno visto per dimensione al primo posto Prodi e al secondo Berlusconi con una differenza di circa 12mila miliardi mentre Dini e Ciampi sono al terzo e al quarto posto per aver fatto finanziarie "leggere" al di sotto dei 30mila miliardi. Che cosa vuole dire tutto questo, se non che dice il falso chi afferma che la mancata crescita è legata ai vincoli dello stock del debito pubblico accumulatosi negli anni passati ? I dati ricordati, infatti, confermano che oltre la quantità della manovra correttiva, è la sua qualità a fare la differenza sul terreno dello sviluppo e dell’occupazione e dello stesso risanamento dei conti pubblici. Ciampi, Dini e Prodi nel suo primo anno di governo hanno fatto manovre dell’ordine di 30mila miliardi e hanno avuto una crescita dell’economia tra lo 0,7 e l’1,5 per cento, mentre Berlusconi fece una manovra di quasi 50mila miliardi ed ebbe nell’anno successivo una crescita del 3 per cento.

É tutto qui, allora, il terreno di scontro tra due politiche economiche profondamente diverse. Nonostante i tentativi di uomini del socialismo liberale come Giuliano Amato e Giorgio Ruffolo, che giustamente richiamano una riottosa sinistra postcomunista a rompere l’impasto di potere che ne tiene legate le mani, i governi della sinistra hanno fallito clamorosamente proprio sul terreno dello sviluppo e dell’occupazione. E per minimizzare l’impatto critico che saliva da ogni parte e in particolare dal mondo del lavoro e del sindacato cattolico hanno compensato il profilo basso della nostra economia con l’ulteriore crescita di alcune grandi famiglie italiane proprietarie di autorevoli catene di quotidiani e di settimanali.

In questi anni è cresciuta così l’opulenza di una piccolissima parte del Paese, ma anche il degrado di beni pubblici e di città (vedi ferrovie, ospedali, università e periferie urbane) ed è esplosa una disoccupazione di massa. Il Nord con la sua grande capacità produttiva è rimasto imbrigliato nell’opprimente pressione fiscale e nel progressivo declino di infrastrutture sempre più necessarie allo sviluppo economico mentre il Sud è letteralmente precipitato nella morsa della disoccupazione e sottoccupazione nonché della criminalità organizzata, che mai come ora, nonostante l’arresto di boss mafiosi e camorristi, controlla la gran parte del territorio meridionale.

Al netto delle vicende internazionali che certamente influenzano la vita di ciascuno, sono dunque le politiche economiche nazionali a garantire la direzione di marcia della vita economica di un Paese. Carlo Azeglio Ciampi ha messo la sua cinica tecnicalità al servizio di una politica di sinistra che non volendo eliminare le distorsioni di un sistema pensionistico e sanitario il cui peso finanziario cresce sempre di più (non dimentichiamo che senza l’estro di Gianni Billia che ha mensilizzato il pagamento delle pensioni il fabbisogno di cassa sarebbe stato di ben 8mila miliardi in più), ha tagliato alla grande gli investimenti pubblici e ha fatto crescere in maniera smisurata la pressione fiscale. Prova ne sia che i consumi delle famiglie italiane sono aumentati nel primo semestre ‘98 di appena lo 0,3 per cento rispetto al secondo semestre del ‘97, nel mentre il tasso di risparmio delle stesse famiglie si è quasi dimezzato.

Il che vuol dire che il reddito disponibile delle famiglie si è pesantemente ridotto sotto la mannaia fiscale condizionando a sua volta gli investimenti che, in carenza di una domanda sostenuta, sono cresciuti, sempre nel primo semestre ‘98, di appena l’1 per cento sul periodo precedente mentre la Spagna li ha visti crescere del 4,7 per cento e la stessa Francia del 2,4 per cento.

E allora il rischio recessione c’è, ma più che dal contesto internazionale, come sembra dire Massimo D’Alema esso deriva da una sinistra che impone con manovre di palazzo alla maggioranza del Paese che non la vuole e non l’ha votata una politica economica deflattiva e che attacca con i suoi corifei un governatore della Banca d’Italia come Antonio Fazio che con la sua politica monetaria ha determinato gran parte della riduzione del debito pubblico e che da almeno un anno richiede, inascoltato, minore pressione fiscale e più investimenti pubblici e privati. L’esatto contrario, cioè, di quanto Prodi, Ciampi e D’Alema hanno fatto fin qui.

Il tutto nel silenzio colpevole dei cattolici governativi che mentre il Paese annaspa altro non sanno fare che litigare pubblicamente sul ballatoio per qualche inutile presidenza da dare a qualche inutile deputato.

 

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