Geronimo
La mordacchia di Violante.
Da "il Giornale" - 27 Aprile 1998
Pensiero debole e conquista illiberale del Potere. Sono questi i due capisaldi che presiedono, da qualche anno, la vita politica italiana. La fine delle ideologie totalizzanti, comunismo e fascismo, sembra aver messo in soffitta anche le ragioni di quanti hanno costruito per lItalia un futuro di libertà e di giustizia collocandola nel solco delle grandi democrazie occidentali. Dal cattolicesimo democratico al socialismo liberale per finire al liberalismo. Le azioni del Pool di Milano e di alcune altre Procure, anche se dirette unilateralmente contro i moderati di ieri e di oggi, han finito col sortire un effetto generalizzato e cioè il rifiuto della politica e dei partiti. Da cui la rincorsa alle più disperate ed emozionali presunte scelte della gente.
In Italia, contrariamente a quello che avviene in tutti i Paesi a democrazia matura, i partiti, con qualche rara eccezione, non offrono più obiettivi politici fondati su alcune idee forza, ma tuttal più si limitano a stendere programmi privi di unanima che potrebbero essere adottati indifferentemente dalla destra, dal centro e dalla sinistra. Tutto ciò è reso possibile da un dibattito che si incentra quasi sempre sugli obiettivi e quasi mai sugli strumenti e sulle loro motivazioni culturali e sociali. Il lavoro, il Mezzogiorno, l'euro, una pubblica amministrazione efficiente e un fisco più leggero sono tutti obiettivi naturalmente condivisibili, ma le strade per arrivarci non sono mai oggetto di un confronto politico talmente forte, da investire l'intera pubblica opinione.
Questo sfarinamento politico vero e proprio mette i singoli partiti alla caccia disperata degli umori più turbolenti del Paese nel tentativo di cavalcarli. E la conclusione è sotto gli occhi di tutti. La scelta federalista, come ha giustamente fatto notare Ernesto Galli della Loggia, è più frutto del tentativo di catturare l'elettorato di una Lega che, però, a ogni passaggio alza sempre più la posta, che non esito di una meditata scelta culturale. Si finisce così col mescolare cose diversissime: le esigenze di un forte decentramento politico e amministrativo con impulsi secessionisti largamente minoritari in un'Italia che solo da pochi decenni ha recuperato il senso dell'unità nazionale. Un cocktail che è polvere da sparo, e finisce, col piazzare una vera e propria bomba sotto l'unità del Paese reale e aprire lorizzonte alla fine dei partiti nazionali. Tutto ciò è naturale che accada quando gli eredi del fascismo e del comunismo, dopo il proprio fallimento, non hanno più la forza di rielaborare una propria originale posizione politica mentre il centro si frantuma in mille rivoli.
E su questo magma politico confuso, fioriscono i tentativi, in larga parte già riusciti, della brutale conquista del potere. Lideologo di questa strada, quello, cioè, che non solo teorizza schemi illiberali di conquista del potere ma, da molti anni ne garantisce la realizzazione, è Luciano Violante, presidente della Camera dei deputati. Lo può forse in virtù dei suoi archivi e delle sue tutele. Dopo aver sbriciolato il centro moderato con le teste di cuoio delle Procure di Milano, Napoli e Palermo, Luciano Violante nell'anniversario del 25 aprile ha indicato la strada per consolidare in eterno legemonia comunista. Sia il popolo sovrano a decidere, ha tuonato la sciarpa littoria delle toghe rosse di questo Paese, e voti direttamente e contestualmente il presidente della Repubblica e la coalizione di governo con il divieto ai parlamentari di mutare orientamento nel corso della legislatura.
Una motivazione, quest'ultima, generica e populista che rischia di incontrare il consenso anche del centrodestra che ricorda il ribaltone di Bossi. E sarebbe un errore. Se il nostro governo fosse presidenziale, come hanno la Francia e gli Usa, i postcomunisti perderebbero, così come perderebbero se facessero votare direttamente il primo ministro. Lunica possibilità di vittoria e di portare a Palazzo Chigi un comunista doc è se si vota direttamente, insieme col capo dello Stato, la coalizione di governo, per il forte potere egemonico che un partito del 20-22 per cento esercita su Rifondazione e sui Popolari in un sistema maggioritario uninominale. E così il Pds, con poco più del 20 per cento, controlla l'80 per cento del potere. Ma tutto ciò non sembra bastare a Luciano Violante. Deve andare in soffitta anche quella garanzia democratica che vuole il parlamentare eletto senza vincoli di mandato. In parole semplici non solo va consolidata lelezione diretta della coalizione di governo che ottimizza il ruolo del Pds di D'Alema e Violante, ma anche una sua blindatura pena lo scioglimento delle Camere.
Tutto ciò non trova riscontro in nessun altro Paese democratico ed è la prima evidente mordacchia a un Parlamento già messo, in questi anni, in ginocchio dal governo delle deleghe e della blindata concertazione sociale. Come si vede, tutto è cominciare.
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