Geronimo

Un bilancio che mette in conto le barzellette.

Da "il Giornale" - 26 Settembre 1998


Non c’é due senza tre. E infatti, per il terzo anno consecutivo, il governo è stato costretto a rivedere al ribasso le ipotesi di crescita della nostra economia come avvenne già nel settembre del ‘96 e del ‘97. Anche quest’anno da un’iniziale previsione governativa di una crescita del Pil nel ‘98 del 2,5 per cento si è passati a una previsione dell’1,8 per cento. Quasi un pinto in meno. In un Paese che in quattro anni ha perduto oltre un milione di posti di lavoro questo è un risultato che dovrebbe far vergognare Prodi, i suoi ministri e chi li sostiene. Non a caso Fausto Bertinotti comincia a vergognarsene e prende le distanze, anche se le sue ricette alternative, se applicate, sarebbero sul cotto acqua bollente come si suol dire. Questa minore crescita, peraltro, non è assolutamente influenzata, a oggi, da vicende internazionali tanto che quasi tutti i Paesi Europei crescono più dell’Italia che resta ancora una volta il fanalino di coda della Comunità. Per compensare questo pessimo risultato, la macchina propagandistica del governo ha messo in circolazione alcuni dati sull’occupazione dai quali si evince che il tasso di disoccupazione sarebbe passato dal 12,5 per cento di aprile all’11,9 per cento di agosto.

Il trucco sta nel registrare e valorizzare il rimbalzo occupazionale che nei mesi estivi deriva dagli impieghi stagionali. Se così non fosse, infatti, Prodi e Ciampi avrebbero compiuto un miracolo. Mentre in tutto il mondo non sempre una crescita del Pil del 2-2,5 per cento si accompagna a un incremento dell’occupazione per via del processo tecnologico e dell’aumento della produttività, noi avremmo scoperto il Santo Graal per cui più diminuisce la crescita più aumenta l’occupazione. Ormai questo governo ha smarrito anche il senso del ridicolo. Ma veniamo alla legge finanziaria. Sul versante delle entrate c’è una divertente maxioperazione di sconto-cambiali con un effetto, tanto per cambiare, di una "una tantum". Tutto il contenzioso Inps (circa 25mila miliardi) è stato passato ai concessionari esattoriali che anticiperanno al Tesoro per il 1999 4mila miliardi. Naturalmente quest’operazione non solo ha un costo (l’aggio che sarà versato ai concessionari) ma creerà nei conti dell’Inps un buco a partire dall’anno Duemila.

Ma se quest’operazione fosse servita a ridurre subito la pressione fiscale non avremmo avuto nulla da eccepire. Invece ci sarà un’addizionale Irpef comunale dello 0,5 per cento, un ulteriore aumento della benzina di 20-30 lire (qui c’è il miracolo inverso a quello citato prima perché più diminuisce il prezzo del petrolio sul piano internazionale più aumenta il prezzo alla pompa), la Carbon-tax, un nuovo balzello sulle aziende per avere la licenza di inquinare e più altri ammennicoli che nei prossimi giorni illustreremo.

Su questo versante delle entrate, infatti, campeggiano tanti piccoli grandi imbrogli. Per esempio i tanto declamati sgravi fiscali sulla prima casa saranno in gran parte annullati dal maggior prelievo che nel prossimo anno sulla stessa prima casa sarà fatto per via della revisione delle aliquote Irpef e dalla riforma degli estimi che finiranno per elevare la base imponibile della rendita catastale. Ma di questi giochetti del "metti da una parte e togli dall’altra" questa finanziaria ne è piena. Basterà ricordare due soli altri esempi, uno sul terreno delle politiche di sviluppo e l’altro sul versante delle misure che dovrebbero alleviare la vita dei ceti più deboli.

La decontribuzione per i nuovi assunti nelle imprese del Sud che dovrebbe favorire lo sviluppo industriale e occupazionale (norma che peraltro per il 1999 già esiste da tempo) sarà annullata e soverchiata dalla riduzione della fiscalizzazione degli oneri sociali per i vecchi assunti attuata fino a oggi con un contributo che passa dal prossimo anno da un milione e 600mila lire pro capite a un milione e 50mila lire e cessa definitivamente al 31 dicembre 1999. A conti fatti, per le aziende che operano nel Sud ci sarà quindi un aumento del costo del lavoro nonostante la riduzione dello 0,8 per cento uguale per tutti in relazione all’abolizione dei cosiddetti oneri impropri.

Allo stesso modo l’eliminazione del ticket di 6.000 lire che riguarda i cittadini con un reddito al di sotto dei 18 milioni annui (chi ne guadagna 20, come si sa, è un benestante) non solo è limitata alle ricette per le prestazioni diagnostiche e non a quelle sui farmaci che sono ripetitive nel corso di un anno e pesano quindi molto sui magri bilanci dei pensionati, ma è addirittura ampiamente compensata dall’aumento della pressione fiscale che a seguito delle divisioni delle aliquote Irpef si è scaricata proprio sui redditi più bassi che sono in genere privi di detrazioni.

Ma la sanità è ormai un pianete impazzito piena com’è di divieti, balzelli e di degrado che la gente paga sulla propria pelle. É vero quindi che questa finanziaria, come ha detto Veltroni, è la finanziaria dei poveri, ma solo perché la povertà in due anni è passata dal 6 al 9 per cento delle famiglie italiane e sta dilagando anche tra chi lavora e ha un reddito familiare poco al di sotto di 3 milioni al mese. Per fortuna, forse, il governo Prodi è arrivato al capolinea e questo è l’unico merito di Fausto Bertinotti.

 

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