Geronimo
L'Ulivo condizionato da veti e contraddizioni.
Da "il Giornale" - 15 Maggio 1998
La stagione dei veleni e dei ricatti, come li ha definiti Gherardo Colombo, continua imperterrita a devastare la scena di una politica che non riesce ad imporre il suo democratico primato. Il terminale più importante di questa devastazione è il terreno delle riforme. Nonostante il via libera della Camera dei deputati alla elezione diretta del presidente della Repubblica, i nodi sono tutti ancora aggrovigliati e saranno sciolti solo con l'approvazione dell'articolo 66 che definisce con esattezza i poteri conferiti al capo dello Stato. Ma l'orizzonte purtroppo è ancora buio. Un presidenzialismo che non è presidenzialismo per la scarsità di poteri attribuiti al capo dello Stato, un premier indicato a metà strada dal popolo e dal Parlamento a testimonianza visibile dell'impotenza di chi vorrebbe, in un senso o nell'altro, ma non può, una legge elettorale che sin qui ha sottratto al cittadino la libertà di scegliere nella cabina elettorale il partito e il candidato che preferisce offrendogli al contrario o l'alternativa tra due soli rappresentanti di coalizioni che sono una specie di caravanserraglio in cui c'è tutto e il contrario di tutto, e infine un federalismo carente sul piano fiscale mentre è a macchia di leopardo sul piano istituzionale perché ogni regione farà da sé il proprio Statuto definendo così da sola i propri poteri, sono i capisaldi di un pasticcio costituzionale spesso indecifrabile.
In questo parapiglia generale nel quale il cittadino facilmente si perde e annega, spiccano poi le intollerabili pressioni di chi, come Massimo D'Alema, parla di elezioni anticipate se non si dovessero fare le riforme. Un diktat che nasconde la debolezza del segretario del Pds che non riesce neanche più a rappresentare per intero il suo partito e men chè meno quei personaggi in cerca di autore come Antonio Di Pietro che con il suo referendum accentua la confusione. Ciò che tutti dovrebbero ricordare però è che le riforme costituzionali non possono essere come le riforme pensionistiche di questi ultimi tempi che ogni due o tre anni vengono puntualmente riscritte.
E allora è meglio far riforme pasticciate come da più parti viene giustamente denunciato o, al contrario, ripartire daccapo, anche al limite riesaminando la tesi di un'Assemblea costituente che, lontana dalle tensioni del governo quotidiano del Paese, avrebbe il compito di definire in diciotto mesi la nuova Costituzione? Si farebbe, siatene certi, più presto e meglio.
D altro canto lo scempio avvenuto in questi anni di confusione è sotto gli occhi di tutti. Quattro governi in cinque anni, una proliferazione inimmaginabile di gruppi e di partiti (forse trenta, forse quaranta, ma in realtà si è perduto il conto), una ridicola selezione della classe dirigente che viene imposta, a sinistra come a destra, da un piccolo cenacolo di segretari di partito che nel chiuso delle stanze candidano, per esempio, il magistrato messinese Giorgianni nelle Marche e il magistrato molisano Di Pietro in Toscana. E meno male che il sistema uninominale maggioritario avrebbe dovuto ridurre il numero dei partiti e consentire la scelta di uomini rappresentativi di ciascun territorio. E il progetto della Bicamerale in corso di approvazione alla Camera, purtroppo, aggraverà tutti questi mali aggiungendone altri ancora.
E allora è serio tutto questo? Se non lo è, ben venga la presa di cappello di Silvio Berlusconi che dinanzi alla confusione di quel testo licenziato dalla Bicamerale dovrebbe preferire non farne niente piuttosto che regalare agli italiani uno Stato e un governo frutto di piccolissimi compromessi inadeguati a modernizzare il Paese. Ma non basterebbe prendere cappello. Dopo la manifestazione di forza di qualche settimana fa in piazza del Duomo, Berlusconi ha l'obbligo politico a un tempo di distruggere il mostriciattolo costituzionale che sta venendo fuori e di rilanciare un'iniziativa capace di riannodare le fila di un dialogo con tutte le forze eredi delle tradizioni cattolico-democratiche e liberaldemocratiche. Un dialogo finalizzato a tutelare alcuni valori imprescindibili come la stabilità di governo e la riduzione dei partiti, garantendo nel contempo la rappresentatività reale del parlamento e dei suoi eletti.
Una tutela che può avvenire anche attraverso forme alternative a un finto ed evanescente presidenzialismo peraltro possibile fonte di scontri costituzionali con il presidente del Consiglio. Esempi di queste forme alternative sono la stessa legge elettorale vigente per le Regioni e il cancellierato alla tedesca, quello cioè con lo sbarramento al 5 per cento, che forse più di ogni altro avrebbe la capacità di coniugare la storia di un Paese come l'Italia che , ha sempre avuto opzioni politiche multiple con le esigenze della stabilità e della governabilità. A Berlusconi i moderati di questo Paese non perdonerebbero un avvallo su riforme confuse e pasticciate ma non perdonerebbero neanche un rovesciamento del tavolo senza una contestuale iniziativa politica capace di portare a termine il processo riformatore. Il campo dellUlivo, come quello di Agramante, oggi più che mai è pieno di veti e di contraddizioni tra quanti si rifanno agli indirizzi del socialismo europeo e quelli che si riconoscono nel Partito popolare di Helmut Kohl. E un campo che oggi può essere intelligentemente arato dalla ricerca di un dialogo nuovo con forze la cui storia democratica è una garanzia per riprendere insieme la strada del primato della politica in un Paese sempre più strangolato dai ricatti di poteri autoritari e irresponsabili.
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