Geronimo
La linea rossa dei soci di D'Alema
Da "il Giornale" - 14 Giugno 1998
Lorgia di festeggiamenti con la quale governo e maggioranza accolsero la privatizzazione della Telecom all'inizio di quest'anno sembra ormai un lontano ricordo. Una privatizzazione che anche un bambino avrebbe facilmente realizzato per il valore dell'azienda, per gli utili che realizzava, per la posizione monopolista che deteneva nonostante la liberalizzazione del mercato della telefonia, si sta, alla lunga, dimostrando come una rosa piena di spine. Lo scontro tra il segretario del Pci-Pds Massimo D'Alema e Umberto Agnelli dette il via al calvario della Telecom privata. Con la sua tradizionale arroganza D'Alema, infatti, polemizzò con gli Agnelli che intendevano esercitare sino in fondo quel ruolo di azionista del nucleo stabile che aveva, prima ancora che il diritto, il dovere di governare Telecom.
Il segretario del Pci-Pds in realtà voleva l'applauso degli imprenditori per avere privatizzato una grande società come Stet-Telecom, ma anche il potere di influenzare vertici autorevoli sia pure politicamente marcati come Guido Rossi che, non dimentichiamolo, fu anche senatore comunista. La replica secca di Umberto Agnelli bacchettò con grazia e con fermezza questa intollerabile pretesa comunista, mandando a casa Rossi e nominando presidente Gian Mario Rossignolo. A questa garbata autorevolezza dellazionista privato, però, non sempre ha corrisposto una conduzione saggia e prudente del nuovo presidente. Sia sul terreno delle alleanze internazionali sia su quello, più delicato, di mettere insieme una squadra manageriale coesa e convinta delle strategie industriali, Rossignolo si è mosso, infatti, con la delicatezza di un elefante e in netta controtendenza alla tradizione del suo più autorevole azionista privato. La rapida liquidazione dell'accordo con lAT&T e, conseguentemente, il raffreddamento anche con il consorzio Unisource nonché la precarietà dellintesa con l'inglese Cable & Wireless sottolineata proprio da Vito Gamberale, ha fatto da sfondo alla presa di cappello di quest'ultimo che, con una lettera dura nella sostanza anche se garbata nella forma, si è dimesso da direttore generale della Telecom per continuare a guidare la Tim di cui è ancora presidente.
Uno scontro non di poco conto, vista e considerata l'altissima professionalità di Gamberale e i risultati che ha ottenuto con la Tim nonostante la concorrenza di Omnitel e qualche non piccolo contrasto con lantitrust di Giuliano Amato. In questo quadro spicca, naturalmente l'assenza del Tesoro che, dopo la rinuncia dellAt&t ad acquistare il pacchetto di azioni concordato è rimasto - con il suo 5,2 per cento - il maggiore azionista. Un'assenza che comunque dovrà essere colmata (con precise direttive ai tre consiglieri che rappresentano il Tesoro nel consiglio di amministrazione della Telecom) prima di martedì 16 giugno, giorno in cui si terrà l'assemblea degli azionisti nella quale le dimissioni di Gamberale avranno comunque l'effetto di una bomba. La strada maestra non può che essere quella della valorizzazione di professionalità come quella di Gamberale, in un quadro di direzione aziendale controllata non più dallo Stato ma da soci privati. Su questa via sembrano però esserci due grandi macigni: il tentativo di DAlema & soci di cogliere l'occasione per riprendere il controllo sulla società privatizzata e il temperamento di un presidente come Rossignolo che sinora ha solo dimostrato di saper distruggere ciò che c'era senza saper costruire valide alternative. E sullo sfondo, i due milioni di piccoli azionisti privati che ora tremano.
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