Geronimo
Ma la vera seccessione la sta facendo Ciampi.
Da "il Giornale" - 19 Marzo 1998
La rottura tra Confindustria e governo sul problema delle 35 ore è sintomatica della confusione che regna sovrana nella politica economica del Paese, stretta com'è tra un sistema delle imprese che chiede di produrre con una competitività crescente e le sinistre che continuano nell'antico vezzo di un dirigismo economico improduttivo. Se Alberto Zuliani, presidente dell'Istat, invece che limitarsi a fornire i dati sull'occupazione dal '95 a oggi avesse comunicato quelli che vanno dal primo gennaio 93 al primo gennaio '98, ci avrebbe detto che da quando sono entrate le sinistre nella maggioranza di governo (primavera 93, presidente del Consiglio Ciampi) i posti di lavoro perduti non sono 400mila ma circa un milione e 200mila.
La politica economica di un Paese va essenzialmente giudicata sulla quantità di ricchezza nazionale prodotta e sulla sua ridistribuzione oltreché, naturalmente, sulla qualità del suo sistema produttivo. E da questo punto di vista il fallimento del governo Prodi è totale. Come andiamo sostenendo da oltre un anno, la politica di bilancio perseguita dalle sinistre, e per esse da Ciampi, ha puntato a un risanamento dei conti pubblici senza alcuna qualità. Quando per ridurre il deficit e continuare la marcia di avvicinamento ai parametri di Maastricht più che controllare la spesa corrente al netto degli interessi (pensioni, sanità, dipendenti pubblici, trasferimento agli enti locali e così via) si punta sull'intollerabile aumento della pressione fiscale e sul blocco degli investimenti pubblici, l'economia che si produce è di tipo pauperistico e la naturale conseguenza è il crollo dell'occupazione.
Ma cè una ragione politica ben precisa alla base di queste scelte ed è limpotenza politica del governo delle sinistre a ridisegnare il welfare state per renderlo compatibile con gli obiettivi di bilancio. In 5 anni si sono fatte ben tre riforme delle pensioni, ciascuna delle quali ha toccato solo qualche aspetto marginale del sistema previdenziale tanto che nell'anno '97 la spesa per le prestazioni sociali sono aumentate del 6,2 per cento mentre la spesa in conto capitali è diminuita del 9,3 per cento. E non a caso da svariati mesi il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio in ogni occasione ha sollecitato la ripresa degli investimenti pubblici, la riduzione della pressione fiscale e il completamento delle riforme strutturali (leggi quarta riforma delle pensioni).
Una politica come si vede esattamente contraria a quella seguita dai governi Ciampi, Dini e Prodi e che, se fosse stata attuata, avrebbe determinato un risanamento virtuoso perché accompagnato da significativi tassi di crescita delleconomia e da una forte ripresa dell'occupazione. É tutto qui il nodo dello sviluppo e della questione meridionale. Ci sono voluti quattro anni perché i sindacati e i sindaci del Mezzogiorno si accorgessero che con questa politica economica di Ciampi e dell'intero governo il Sud andava alla deriva. I Bassolino, i Bianco, gli Orlando che hanno suonato per molti anni la grancassa di un nuovo corso politico nel Sud oggi sono nudi alla meta per un disastro che hanno concorso a realizzare con i loro silenzi e le loro omissioni e tentano disperatamente di far dimenticare le proprie responsabilità addirittura scendendo in piazza a fianco dei sindacati, come avverrà in Campania il prossimo 20 marzo. Ma lo sciopero è anche contro di loro, oltre che contro Ciampi e le sue politiche deflattive.
Il governo, volendo dare l'impressione di una svolta in questa sua scellerata politica economica, in questi giorni ha annunciato per l'ennesima volta stanziamenti per rilanciare l'infrastrutturazione del Mezzogiorno senza vergognarsi dell'intollerabile gioco delle tre carte che da tempo sta facendo. I 29mila miliardi che il Cipe ha suddiviso per il Sud qualche giorno fa sono quelli che lo scorso anno il governo promise a Scalfaro di sbloccare subito dopo il can can sull'occupazione meridionale e che già a sua volta Masera, ministro del bilancio del governo Dini, nella primavera del '95 aveva inserito in un libro bianco sui fondi a disposizione del Mezzogiorno promettendo di attivarli subito. Fatto sta che i fondi stanziati e bloccati sono ben 48mila miliardi. Ieri Ciampi ha rinnovato ai sindacati le stesse promessa da marinaio senza, peraltro, spiegare quale politica fiscale e contributiva intende adottare per ripristinare quel mix di convenienze necessario per attivare investimenti privati, dal momento che il costo del lavoro nel Sud è mediamente aumentato del 20 per cento per la riduzione della fiscalizzazione degli oneri sociali. La mitologia dello sviluppo dal basso capace di creare una rete di piccole e media imprese come quelle del Nord Est rischia di essere un boomerang per le aspettative del Sud. Quelle del Nord Est sono figlie del mercato e di condizioni ambientali che lo hanno consentito, quelle che s'intendono favorire con l'invenzione dei patti territoriali sono invece figlie di un dirigismo straccione e di un nuovo clientelismo dei Comuni ulivisti. Ed è per questi motivi che quella secessione vagheggiata da Bossi nei fatti la sta realizzando Ciampi. Ma il conto alla fine lo pagherà nell'Europa della moneta unica l'intero Paese.
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