Geronimo
Il Governo inganna gli Italiani ma i veri conti lo inchioderanno.
Da "il Giornale" - 29 Novembre 1997
Primo. Sembra che l'Ufficio italiano cambi abbia venduto una certa quantità di oro alla Bankitalia realizzando notevoli plusvalenze sulle quali pagherà alcune migliaia di miliardi di imposta. Insomma con un passaggio di mano dalla destra alla sinistra si aiuta il ministero delle Finanze che a fine d'anno avrebbe avuto un buco nel gettito tributario non indifferente.
Secondo. La cancellazione dal bilancio dello Stato dei ratei di mutui accesi dalle Ferrovie dello Stato e la riallocazione della stessa quantità di quattrini sotto la voce "accrediti di capitale" ha evitato di registrare oltre 3mila miliardi di debiti. Insomma carta vince, carta perde e Ciampi con il turbante in testa. Terzo ed ultimo dato di carattere generale: nel primo semestre 1997 la differenza tra imepegni di spesa (317mila miliardi) e pagamenti e effettivi 213mila miliardi) è stata più di centomila miliardi mentre nello stesso periodo del'96 era stata di 60mila miliardi (352 di impegni e 292 di pagamenti). Tutto ci sta a significare che il buon Ciampi ha trovato la ricetta miracolosa per risanare il bilancio dello Stato e cioè quella di non pagare più nessuno.Sono mesi che denunciamo questo sconcio, testimoniato ultimamente anche dalla protesta degli imprenditori veneti per il mancato rimborso dei crediti d'Iva. Così come da mesi denunciamo la mancata ripresa degli investimenti pubblici nonostante i tanti decreti sblocca-cantieri e le riunioni un po' ridicole fatte al Quirinale all'inizio di quest'anno con un notevole numero di ministri di spesa. Questa politica di bilancio che non paga ciò che si è già speso o ciò che si deve restituire o ciò che si deve investire, maschera il mancato risanamento strutturale del Paese che passa per la riduzione della spesa corrente e in particolare di quella pensionistica.
Come ha ricordato ultimamente Antonio Fazio la spesa corrente italiana è bene al di sopra della media europea e il suo tasso d'incremento per il 1997 viaggia intorno al 4% nonostante gli impegni di Ciampi che avrà previsto un aumento di appena l'1%. Il risultato finale è che il governo raggiungerà alla fine dell'anno il 3% nel rapporto deficit-Pil ma avrà nascosto sotto il tappeto debiti per almeno 15mila miliardi, avrà spinto verso l'indebitamento società pubbliche come le Ferrovie che, a parità di tariffe e di costo del lavoro, avranno una riduzione dei trasferimenti., avrà spinto enti pubblici a pagare solo una parte (il 90%) di ciò che hanno speso (ma perchè non tagliare anche gli stanziamenti di competenza?) e continuerà a far segnare il passo agli investimenti pubblici.
Sul terreno dell'economia reale ciò vuol dire mantenere basso il profilo di crescita del Paese con tutto quanto significa sul versante dell'occupazione che, secondo i dati Istat di agosto, registra una nuova flessione di oltre il 3% di media fra grande impresa e servizi. Per dirla in breve, insomma, una di bilancio in parte truccata per conti falsificati per almeno un punto di Pil e con oltre un milione di disoccupati veri che si toccano con mano e che, a loro volta, toccano con mano la crescente disperazione in particolare nel mezzogiorno del Paese. Prendiamo atto con soddisfazione che alcuni osservatori economici come Francesco Giavazzi e Federico Rampini incominciano a riflettere pubblicamente sul rischio di un risanamento che ha queste contraddizioni e che presenta queste finzioni finanziarie.
Queste riflessioni autorevoli non ci lasciano più soli nel denunciare il gioco delle tre carte di Ciampi-Pinocchio che, con 1'ausilio della volpe-Giarda ("Il malandrino" sottosegretario al Tesoro) e con i silenzi interrotti solo da qualche sincero miagolio del gatto-Monorchio, ha fatto credere agli italiani che si poteva fare il risanamento dei conti pubblici senza riformare nessun settore della spesi pubblica. In questa direzione il "filibustering" delle opposizioni contro il governo alla Camera ha un significato che va ben oltre i 5mila miliardi del decreto sull'Iva, perchè getta l'allarme, tra l'altro, sul rischio di un Parlamento sempre più soffocato dall'accordo governo-sindacato e dai relativi voti di fiducia che ne blindano i contenuti. E piaccia o non piaccia, quel rischio si chiama libertà.
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