Giuliano Ferrara

Lotta dura senza paura.

Da "il Giornale" - 24 Ottobre 1998


Cari amici manifestanti, berlusconiani e polisti, oggi sfilate in alto numero per le vie di Roma e rioccupate sbandieranti e tuonanti la sua piazza storica, popolare, manifestaiola, la spianata del Primo Maggio. Quella piazza dove, come ha notato Montanelli, la sinistra di governo non ha più animo di festeggiare le sue dubbie vittorie tattiche, composta nel suo nuovo modello socialdemocratico come una maschera perplessa issata su una sedia gestatoria. E io vi dico, con affetto di fiancheggiatore e ironia di contraddittore: lotta dura, senza paura.

Ma è sul "senza paura" che mi sembra giusto mettere l’accento. Il mio amico Stenio Solinas, sul Giornale di ieri, mi rimprovera con parole cortesi ma inequivoche un eccesso di ottimismo, una fiducia ingenua ne professionismo del potere, quel professionismo che metterebbe ora all’angolo noi dilettanti, noi populisti democratici che abbiamo dato una bella lezione di politica con la ormai lontana vittoria bipolarista e liberale, riformatrice e presidenzialista del 27 marzo del ‘94, la vera svolta impressa dalla lucida follia del cavaliere alla vita pubblica italiana.

Sarò ingenuo, ma penso che il popolaccio di destra poco amato dall’Italia in ghingheri ha più ragioni per rallegrarsi che motivi per rattristarsi, perché la fine dell’Ulivo (con gli annessi e i connessi) vale più del distacco, predatorio quanto si voglia, di una trentina di deputati dalle fila dell’opposizione. E penso che basta ragionare a freddo, anche nei momenti caldi ed appassionati, per capire che la maggioranza di supporto al governo D’Alema è più fragile, più divisa, più esposta ai colpi di un’opposizione intelligente, di quanto non lo fosse il fronte ulivista battezzato dalle elezioni dell’aprile del ‘96.

Mentre si esprime il disgusto per la solita commedia di un governo battezzato nelle urne che scompare, senza che ai cittadini sia consentito sceglierne un altro, è utile fare un pensierino rivolto alla nuda realtà, che non delude mai: non ci hanno dato un governo elettorale e la data per le elezioni, dopo il naufragio di Romano Prodi, ma hanno dovuto mettere in piedi un ministero da stato d’eccezione, che incolla i cocci della "grande alleanza di sinistra" in una formula piuttosto sconnessa e abbastanza precaria, da Cossutta a Cossiga. La parola "fine" al filmone hollywoodiano dell’Ulivo, il grande sogno a fumetti di un’Italia rigenerata dalle cordate nemiche della ciurma berlusconiana, l’hanno dovuta scrivere direttamente loro.

Cari amici, ma non lo vedete Tonino Di Pietro, quello che "a lui lo sfasciava" ? Non vi accorgete di come mastica amaro e sorride stitico, con la sua corte dei miracoli e dei miracolati ? E non volete festeggiare la trombatura della Federica Rossi Gasparrini, la reginetta delle casalinghe manettare, già berlusconista poi dipietrista poi dalemista e ora disoccupata ?

E quel Prodi, che s’è guadagnata anche per noi l’Europa, ma a colpi di tasse e svicolando sulle spese inutili, non avete notato che s’è ritirato sotto la tenda, in dispetto perfino ai suoi ministri, con l’aria di chi è stato tradito dagli uomini e dalla storia ? Quando sbandieravate al congresso di Assago, Prodi vi fece un trabocchetto cattivo e vi definì: il "Nulla". Ora è nullificato. Come compa’ Veltroni, il suo vice iper-ulivista, quello che voleva chiudere le Tv commerciali con i referendum e che ora si deve chiudere in un ufficio di Botteghe Oscure, lontano dallo splendore in technicolor del 35 millimetri. E non avete letto Giorgio Bocca, la voce di tutti i pool, che tira calci a D’Alema perché gli ha infranto il sogno giacobino di una sinistra che faccia a pezzi gli avversari e gli rifiuti anche la stretta di mano e il dialogo ?

Sulle vostre bandiere non ci deve essere scritto solo quanto sono cattivi gli avversari, e perfidi gli amici che passano dalla loro parte. Perché sventolino bene, con la dovuta capacità di prendere il vento, quelle bandiere devono anche esprimere la cattiveria e l’abilità, la tenacia e il coraggio dell’opposizione. L’indignazione è un sentimento forte e rispettabile, ma fatalmente passeggero. E la vendetta, come è noto, è un piatto da gustarsi freddo. Bisogna che chi scende in piazza sia consapevole dei pericoli del pessimismo, dei rischi di riflusso che sono sempre dietro l’angolo quando i toni accorati e disperati coprono la stringente logica della lotta politica. Se tutto si risolve in tradimenti e imboscate, quanto meno nelle vostre parole, come volete poi che la gente si prenda la briga di andare a votare per cambiare la politica e le istituzioni ?

Non c’è alcuna ragione di essere mesti e cupi se nasce un governo che ospita al suo interno un Picconatore. Non c’è motivo di mangiarsi le unghie se un vecchio e scaltro Professore dell’Italia liberal-socialista, Giuliano Amato, ha in affidamento la missione di riscrivere, a favore di un bipolarismo che chiarirebbe tante cose e darebbe una definitiva sistemata al trasformismo, le regole elettorali e costituzionali. E la vita continua. Perché c’è la sfida sulla politica di sviluppo e sul lavoro da portare nel cuore di una coalizione che nasce ondeggiante e insicura. C’è il referendum sul maggioritario, da sottrarre al più presto alle cure insincere di Di Pietro. C’è, infine, un monopolio decisivo che resta nelle mani dell’Italia liberale e riformatrice che oggi sfila per le vie di Roma: il monopolio dell’opposizione politica, la guida di una protesta che fin dalle prossime elezioni europee potrebbe mettere in minoranza, con conseguenze oggi incalcolabili, ciò che resta del sogno dell’Ulivo.

Date retta, amici dell’opposizione politica. Il moralismo consiglia sempre la tristizia e il pessimismo, ma una sobria valutazione delle cose, all’insegna del realismo, deve mettere una spruzzata di allegria e di fiducia nel cuore e nella testa di chi manifesta oggi l’indisponibilità di mezza Italia al conformismo e al servo encomio verso questi fragilissimi nuovi potenti.

 

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