Renato Brunetta

Contrordine compagni.

Da "il Giornale" - 3 Marzo 1999


Non è certamente una grande scoperta dire che non esiste una sinistra europea con valori e strategie comuni. Tali e tante sono le origini, le diversità, le esperienze di governo e di opposizione, le alleanze: laburisti inglesi, socialisti italiani, socialisti francesi o tedeschi, come spagnoli o scandinavi e greci sono sempre stati diversi ieri, e ancor più lo sono oggi, soprattutto con l’inserimento frettoloso nella grande famiglia dell’Internazionale socialista di tanti post-comunisti, convertiti dell’ultima ora, prima o dopo il crollo del Muro di Berlino.

Fin da dopoguerra, ciascun governo europeo d’ispirazione o di consenso socialdemocratico finiva con l’interpretare in chiave autarchica, nazionale, tanto le politiche sociali, quanto le più generali strategie di politica economica. In altri termini ciascun Paese sceglieva il mix di occupazione, disoccupazione, Welfare che più riteneva compatibile con la propria struttura economica e con il proprio equilibrio sociale. Con deficit e debito a fare da grandi ammortizzatori dei conflitti distributivi conseguenti. Se i conti non tornavano, svalutazione e inflazione mettevano le cose a posto.

Ed è così che le tante sinistre europee, al governo da sole, o alleate soprattutto con i partiti d’ispirazione cattolica, hanno ricostruito l’Europa, più preoccupate della distribuzione della ricchezza che dell’effettiva produzione della stessa. E’ questa l’Europa del consenso socialdemocratico (anche se non tutta socialdemocratica) che decide a Maastricht nel febbraio del ’92 di avviare il processo di convergenza su deficit, debito, inflazione e tassi d’interesse.

E’ questa l’Europa che con il socialista Delors tenta nel dicembre ’93, con il suo libro bianco, di compensare con un piano d’intervento di derivazione neo-keynesiana gli effetti negativi della convergenza monetaria sulle variabili reali, prima fra tutte l’occupazione. Ma, mentre il processo di convergenza sulle variabili finanziarie avanza fino alla nascita della moneta unica, del piano Delors su investimenti e occupazione si perdono quasi subito le tracce, in quanto produttore d’inflazione e deficit. E arriviamo al primo gennaio ’99, anno in cui si apre la terza e ultima fase dell’unione monetaria: l’euro, dopo una prima breve euforia, si caratterizza per un’estrema debolezza rispetto al dollaro, e la disoccupazione rimane alta, insopportabile.

Ora, al di là dei proclami altisonanti, come quelli contenuti nei "21 punti" per il XXI secolo del manifesto elettorale del Partito socialista europeo (di un mese fa), o quelli lanciati a Milano in questi giorni per un patto europeo per l’occupazione, di novità in giro se ne vedono ben poche, e quelle poche, inquietanti: come la marcia indietro tedesca sul bilancio, e come la proposta, sempre tedesca, volta all’introduzione di un salario, un fisco, un Welfare europeo, allo scopo di evitare pericolose (per i tedeschi) forme di concorrenza tra i Paesi.

La convergenza nel Welfare, nel mercato del lavoro, nelle politiche fiscali, in presenza di moneta unica e di un bilancio federale di entità risibile, del tutto incapace, quindi, di reali politiche ridristibutive, rischia di trasformarsi in un insopportabile fattore di discriminazione ed emarginazione dei partner dell’euro meno sviluppati e meno efficienti, imponendo, di fatto, i costi e le regole dei Paesi più forti (a più alta produttività) ai Paesi più deboli (a produttività più bassa).

Fin qui le idee, poche e ben confuse dei socialisti continentali, con il solo Blair a predicare la bontà del modello americano. Ma ecco che, a conclusione del lugubre congresso Pse di Milano, l’ineffabile ministro delle Finanze tedesco Lafontaine se ne esce con un’altra delle sue: "Per il rilancio della crescita e la lotta contro la disoccupazione, l’Europa segua l’esempio americano". Esattamente il contrario di quanto hanno detto sino a oggi i socialisti continentali francesi (con le loro 35 ore); italiani (con la loro concertazione) e tedeschi (con il loro egemonismo egoista).

Insomma, siamo di fronte al più classico (e meno prevedibile) "contrordine compagni", in contraddizione totale con quanto sta avvenendo all’interno delle diplomazie comunitarie in tema di Agenda-2000 e in preparazione del vertice di Colonia alla fine del semestre di presidenza tedesco dell’Unione.

Ora, delle due l’una: o Lafontaine fa sul serio, a allora dobbiamo prepararci a una vera rivoluzione culturale dagli esiti imprevedibili per la stessa costruzione europea; oppure (come è più probabile) ha solo scherzato, in cerca di facili stupori, e allora prepariamoci a vedere la disoccupazione toccare i 20 milioni di unità, con buona pace della stessa coesione sociale nel Vecchio continente.

 

Torna alla pagina precedente

Ritorna alla Pagina Precedente
Pagina principale Pagina Principale