Renato Brunetta

Effetto annuncio.

Quei ministri non sanno che il silenzio è d'oro.

Da "il Giornale" - 8 Novembre 1998


La teoria economica definisce come "effetto di annunci " la modificazione temporanea nel comportamento degli operatori derivante dall’annuncio, appunto, di misure di politica economica da parte del governo prima e, entro certi limiti, indipendentemente dall’effettiva attuazione delle misure stesse. É del tutto ovvio che il ripetersi di annunci, non seguiti da fatti coerenti e concreti, genera incredulità e sfiducia, e conseguente perdita di credibilità e reputazione nei confronti delle stesse autorità di governo. É così che i consumatori preferiscono non consumare in via precauzionale, a fronte di annunci multipli di riduzioni fiscali che tardano a realizzarsi; ed è così che gli investitori privati non investono, preferendo tempi migliori, se vedono tardare oltre il lecito gli investimenti pubblici troppe volte promessi; ed è così che, in generale, nell’economia finisce col prevalere il pessimismo se si è abusato, da parte dei policy makers, dell’ottimismo. Insomma gli "effetti di annuncio" sono uno strumento potenzialmente di grandissimo rilievo ed efficacia, a patto che lo si usi con moderazione e molta, molta cautela. In caso contrario si fanno solo danni difficilmente rimediabili.

Il lettore avrà già capito che quanto descritto non è semplicemente un caso di scuola, bensì la situazione della politica economica italiana degli ultimi 30 mesi: troppi annunci, troppo ottimismo, fatti pochi, e quei pochi tutti in senso opposto agli annunci. Ricordiamo le dichiarazioni trionfanti di Prodi sulla mitica fase 2 (lo sviluppo), dopo i sacrifici del risanamento; dichiarazioni che venivano reiterate ogni sei mesi alla luce della perdurante stagnazione, dovendo spostare così la data di inizio della ripresa sempre più in là, sperando nella cattiva memoria degli italiani. Ricordiamo tutti le bufale delle previsioni occupazionali contenute nell’ultimo documento di programmazione economica e finanziaria della scorsa primavera. i posti aggiuntivi nel triennio sarebbero stati tra i 600 ed i 700mila, a fronte di una crescita media dell’ordine del 3% annuo, o giù di lì. Ma ricordiamo anche che, non più di due settimane fa, il super ministro dell’Economia Ciampi, pur prendendo atto, bontà sua, che la crescita sarebbe stata più ridotta, ribadiva però la credibilità dell’obiettivo occupazionale, nonostante analisti italiani e stranieri definissero assurdi quei numeri.

Insomma. a fronte del venir meno con la crisi di governo degli annunci di Prodi ecco che, come d’incanto, si sono moltiplicati quelli di Ciampi, attraverso lo strumento dell’intervista sui più diffusi quotidiani italiani, nonché sulle principali reti televisive: solo nelle ultime due settimane ne ho contate sei o sette (ma mi posso sbagliare, per difetto), e tutte grondanti ottimismo e previsioni di "magnifiche sorti e progressive". L’ultima, come sempre succede in questi casi, è la migliore: non pago dell’ennesima revisione al ribasso dei dati sul prodotto interno lordo per il 1998, l’ottimo Ciampi si lancia nella descrizione di quattro buone ragioni che autorizzano, secondo lui, ad avere fiducia nel futuro. In sintesi: 1) la crisi internazionale sta finendo; 2) abbiamo un governo più stabile del precedente; 3) c’è grande consenso sul nascituro patto sociale; 4) da gennaio il Paese potrà contare su tassi di interesse europei.

Orbene, che la crisi internazionale stia finendo assomiglia più a una pia illusione che a una corretta analisi. Lo stesso giorno infatti in cui Ciampi si concedeva all’ennesima intervista, Confindustria, pure in questo momento in luna di miele con il nuovo esecutivo, lanciava un forte segnale di allarme sul concreto rischio di recessione per l’economia italiana. E allora, delle due l’una: o non è vero che le cose a livello internazionale stiano andando a posto (la tesi di Ciampi); oppure, se anche il quadro esterno migliora, per noi il buoi continua a essere totale (la tesi di Confindustria). Il che sarebbe ancora peggio, segno cioè che la nostra economia nella sua stagnazione ormai triennale è diventata insensibile anche al ciclo esterno.

La seconda ragione di fiducia di Ciampi è palesemente sbagliata e fuorviante: il governo D’Alema, nato da una congiura di palazzo, in nessun caso può dirsi più stabile del precedente. Non lo è in senso democratico, perché privo di un’investitura popolare che, invece, Prodi aveva, pur se condizionato dall’ambiguità della desistenza di Bertinotti. Non lo è in senso programmatico perché la coalizione che sostiene D’Alema appare divisa su tutto, tranne che sull’uso clientelare della spesa pubblica.

Sul cosiddetto patto sociale, poi, è vero che a parole c’è generalizzato consenso, ma se scendiamo nel merito, cosa che finora nessuno ha osato fare, i punti di contrasto sono molto più numerosi dei punti di consenso: dalle 35 ore, che il governo vuole, gli imprenditori no, e il sindacato neppure; alla riforma della contrattazione, nel senso o no della permanenza di due livelli di contratti, su cui la confusione è massima, anche in considerazione del disegno di legge sulla rappresentanza sindacale in dirittura d’arrivo in Parlamento, e che Cgil, Cisl e Uil e Confindustria vedono come fumo negli occhi; alla strategia per il Sud, in cui governo e parti sociali sembrano volere mettere tutto e il contrario di tutto, magari condendo il gioco con le consuete lotte di potere (tra Ciampi e Bassolino), ma chiamando, con grande ipocrisia, tutto ciò "nuova programmazione". Per non parlare del folle scambio proposto da Ciampi in agosto tra bassi salari, blocco dei profitti e aumento degli investimenti....

Sui tassi europei, infine, come fattore di sviluppo, sarebbe il caso di farla finita una volta per tutte: va bene che Ciampi è laureato in filosofia, ma qualcuno dei suoi potrebbe spiegargli teoria e prassi della keynesiana "trappola della liquidità": in altri termini, i bassi tassi sono certamente condizione favorevole all’investimento, ma assolutamente non sufficienti se non esiste per le imprese prospettiva alcuna di profittabilità, di trarre cioè da quegli investimenti redditi e profitti aggiuntivi in ragione di una buona crescita. Come si può ben vedere le quattro ragioni per ben sperare annunciate dal nostro superministro appaiono non solo singolarmente gracili, ma tra loro del tutto inconsistenti, cosicché il messaggio che ne deriva sa più di facile propaganda che di fiducia motivata.

E per finire, un consiglio a D’Alema: chieda ai suoi ministri economici di starsene un po’ zitti: l’effetto sui mercati e sugli operatori economici di un simile annuncio non potrà che essere positivo dopo tante chiacchiere inutili. E chissà che anche per questa via il Paese non cominci a diventare un po’ più normale.

 

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