Renato Brunetta

Benessere privato e bancarotta pubblica.

Da "il Giornale" - 18 Maggio 1998


Mai, come in questi ultimi tempi, il nostro Paese è stato oggetto di tante autorevoli analisi sui suoi mali e soprattutto di tanti consigli, altrettanto autorevoli sul che fare per uscirne.

Fondo monetario internazionale, G8, Commissione europea, Ocse, persino il nostro compassato e doverosamente neutrale Istituto centrale di statistica, e solo per citare le principali esternazioni delle ultime due settimane, non solo concordano sull'origine e la dimensione dei nostri squilibri, ma mostrano una identità pressoché assoluta sulle ineludibili azioni di riforma.

Tante analisi e tanti consigli pur ripresi dalla stampa e variamente dibattuti finiscono immancabilmente col cadere nel vuoto. Il governo, dall'alto della sua infallibilità e dei suoi vincoli di maggioranza, o non se ne cura, o risponde in maniera stizzita, sulla base di due aurei princìpi: il primo è quello autoritario e autoreferenziale di non disturbare il manovratore, che tutto sa e tutto prevede; il secondo è che i critici o sono disinformati o sono in malafede. Risultato: il Titanic Italia va avanti per la sua rotta, irresponsabilmente incontro al suo freddo iceberg.

Facendo un po' di compressione semantica, vediamo di riassumere, ancora una volta, in poche righe tanto le analisi, quanto le inascoltate terapie.

L’Italia, nella competizione globale, è ancora un Paese arretrato: troppo poca economia di mercato, poca concorrenza, troppi monopoli (soprattutto nei servizi e nelle utilities); regolatori sociali e reti vecchi e rigidi, dualismo strutturale tra Nord e Sud. Gli effetti di tali squilibri finiscono così col ritrovarsi immancabilmente nella dimensione del nostro debito pubblico (il grande ammortizzatore storico delle nostre inefficienza e carenze); nella prevalenza patologica della spesa corrente, per stipendi e trasferimenti, soprattutto welfare, su quella per investimenti (da sempre pochi, brutti e cattivi).Il tutto tenuto in piedi da un'altissima e masochistica pressione fiscale nominale (quasi senza eguali nei Paesi industrializzati), da un’altrettanta ovviamente elevata evasione fiscale e contributiva, e da una elevatissima (almeno fino a ieri) capacità di risparmio delle nostre famiglie, secondo un patto più o meno implicito che funzionava così: io, Stato, ti tartasso, tu, famiglia o impresa, però, puoi anche evadere, così io ho bisogno di indebitarmi, ma tu, in cambio di alti rendimenti, mi compri Bot e Cct. Ma così, io Stato, devo pagare una montagna di interessi, e per questo devo mettere tante tasse e non sono in grado di fare i necessari investimenti. Poco male, perché io, sottoscrittore di Bot e Cct, con i soldi degli interessi che tu mi dai mi compro nel mercato privato i servizi pubblici che tu Stato non mi dai, o mi dai male. E, tranne gli scalognati cronici, tutti siamo più o meno felici, e non protestiamo più di tanto. Così si spiega, anzi si spiegava, il nostro equilibrio politico, il nostro benessere (anche se non per tutti, ovviamente) privato, e la bancarotta pubblica, di sistema.

E, sempre fino a ieri, quando i nodi immancabilmente arrivavano al pettine, il modello era pure capace di reagire: una bella botta di svalutazione, magari con una buona dose di inflazione, metteva le cose a posto, almeno per un po’ di anni, e così via.

E’ del tutto ovvio, anche se non ce ne siamo resi ancora pienamente conto, che con Maastricht prima (e i suoi banali ma fondamentali criteri di convergenza) e con la nostra adesione alla moneta unica poi, la festa è definitivamente finita: non più deficit, non più inflazione, ma rientro dal debito, e non più svalutazioni competitive. Insomma, una alla volta, ci siamo privati di tutte le valvole di scarico che avevano consentito al modello Italia di allegramente galleggiare per cinquant'anni.

E così, i primi a dover cambiare rotta sono stati proprio i risparmiatori e le imprese: con la diminuzione dei tassi, infatti, il popolo dei Bot sperimenta le gioie e i dolori della Borsa; e le imprese, nonostante le generose svalutazioni del passato, con l'attuale conveniente cambio devono comunque ora trovare competitività al proprio interno, con quel che ne consegue in termini di maggiore efficienza e di minore occupazione.

In questo scenario di profonde revisioni comportamentali solo il governo e i sindacati non danno segni di reazione: il primo, pur dandosi "spontaneamente " obiettivi ambiziosi di azzeramento del deficit (con il patto di stabilità) per l'anno 2001-2002, e di rientro dal debito (con il piano Ciampi) in dieci anni, è incapace (per ragioni di sua consistenza politica) di dotarsi delle politiche conseguenti (si veda, a questo riguardo, il banale documento di programmazione economica e finanziaria per il 1999-2001). I secondi contrastano consapevolmente le riforme (pensioni e mercato del lavoro) per paura di perdere la propria artificiale centralità politica.

Nessuna meraviglia, dunque, se le grandi organizzazioni internazionali ci chiedono a ogni piè sospinto quasi con ossessività meno tasse, più sviluppo, meno spesa corrente, più investimenti, più mercato, meno monopoli e migliori reti, e le solite riforme: pensioni e mercato del lavoro. Ma da noi, il blocco di potere al governo fa finta non sentire, magari sperando nell'italico stellone.

Ma questa volta, contrariamente al passato, lo stellone non brillerà. Saranno invece le dure leggi della moneta unica a costringerci sull'unico e possibile sentiero virtuoso. A caro prezzo, però, perché in mancanza di un immediato e deciso cambiamento di rotta della nostra politica economica, dovremo subire, assieme alla perdita di ogni residuale sovranità, un collasso fiscale e una parallela e ancor più grave crisi sociale.

Di tutto questo, non potremo che ringraziare la colpevole miopia dell'attuale governo.

 

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