Renato Brunetta

Come compiere un miracolo al Sud.

Da "il Giornale" - 28 Maggio 1998


Come i morti ammazzati, così le rivolte dei disoccupati, veri o presunti che siano, stanno diventando ormai nel nostro Sud tragica routine. Nel frattempo, paradossalmente ma non troppo, il sommerso dilaga, i consumi aumentano, le montagne franano (portandosi dietro interi paesi abusivi), e la disperazione civile viene accettata come un normale stato d'animo con cui convivere. Nella consapevolezza che, tanto, non ci sia nulla da fare. E invece no, le cose possono cambiare, a patto però di compiere finalmente le scelte giuste, guardando in faccia la realtà, dopo tanti errori, egoismi e ipocrisie.

A ben vedere, riandando alle origini della questione meridionale, quando nel secolo scorso si realizzò la riunificazione politica tra Nord e Sud Italia, a mettersi insieme non erano semplicemente due realtà territoriali rimaste fino allora divise, ma due sistemi economico-sociali molto diversi tra loro, e fortemente divergenti: un Nord dinamico, con vocazioni liberiste e modernizzanti, e un Sud arretrato (ma non troppo) e protezionista. Il Nord con dogane leggere e tasse pesanti, e il Sud, al contrario, con dogane pesanti per difendere la sua nascente industria e tasse leggere.

Come sia andata è noto: da un giorno all'altro furono imposte al Sud borbonico le "regole" del Nord vincitore, e fu, fin da subito, povertà e sottosviluppo. Con le "regole" del Nord il Sud cominciò, infatti, a deperire economicamente e regredire socialmente, perdendo classe dirigente e società civile giorno di più. In altri termini, da allora le scelte di modernizzazione del Paese hanno finito immancabilmente col trasformarsi in un'insopportabile perdita di competitività della regione più debole, cosicché a prevalere è sempre stato l'effetto divergenza-allontanamento, piuttosto che l'effetto convergenza-avvicinamento, in una spirale di arretratezza cumulativa, variamente addolcita da più o meno generosi e interessati trasferimenti pubblici.

Ma con la convergenza europea e la moneta unica questo modello perverso di equilibrio è destinato a saltare: così ci ritroveremo, in mancanza di una netta rottura con il passato, sempre più con un Sud non solo patologicamente dipendente (che consuma più di quanto produce), ma ancora drammaticamente carente di infrastrutture civili: con malavita dilagante, con cattiva distribuzione del reddito, sommerso generalizzato, endemica evasione fiscale e contributiva.

In queste condizioni lo Stato di diritto viene così progressivamente distrutto non solo perché al Sud (molto più che nel resto del Paese) "nessuno è in regola", ma soprattutto perché appare ai più impossibile (ma anche inutile) mettersi in regola.

Per questo, più di ogni altra cosa, il Sud ha bisogno di società civile. Senza società civile gli investimenti pubblici continueranno a produrre solo sprechi, clientele e proliferazione di reti antagonistiche, espressione tanto della criminalità organizzata quanto della nomea diffusa.

E più società civile vuol dire innanzitutto produzione o attrazione di capitale umano di qualità e per fare esattamente il contrario di quello che si è fatto fino a oggi: più giustizia e migliore giustizia; più sicurezza e migliore sicurezza; più ordine pubblico e migliore ordine pubblico; più industria e migliore industria. Ma se cresce la società civile, cresce anche la produttività sociale degli investimenti pubblici che, finalmente, diventano reali catalizzatori di sviluppo economico e non, come sino a oggi si è paradossalmente verificato, fattori perversi di crescita di camorra, mafia e 'ndrangheta, assistenzialismo e piagnonismo.

Ma come mettere in moto un simile miracolo? Semplice: ci vuole innanzitutto tempo (la bacchetta magica non esiste), risorse (ma non molte di più di già sperperate), e tanta determinazione di volontà politica non ondivaga per portare nell'area, con i necessari incentivi di mercato, classe dirigente qualificata e forte, in aiuto a quella buona (a livello politico, burocratico, economico) che già c’è, ma che da sola non ce la fa, e in sostituzione di quella antagonistica, connivente con la malavita e parassitaria che finora l'ha fatta da padrona.

Perché, dunque, non far tornare con opportuni incentivi tanti uomini e donne del Sud che, costretti ad andarsene nel passato più o meno recente, hanno fatto carriera e mietuto grandi successi professionali ed economici altrove, e immetterli nei gangli fondamentali della società civile ed economica ?

Perché, poi, in parallelo, ma anche in qualche modo garantiti da questa trasfusione di capitale umano di eccellenza, non si rendono finalmente più flessibili tutti i regolatori sociali (salari di produttività, soprattutto), adattandoli alle particolari esigenze delle realtà locali del Sud, favorendo, così, con coraggio l’emersione di tante attività produttive costrette per insopportabilità di vincoli e costi a rimanere sommerse ?

Perché, sull'onda di questa nuova filosofia regolativa di tipo adattivo (regole diverse per società diverse) non si favorisce in tutti i modi la mobilità in uscita dei giovani a fini di studio, formazione e lavoro, rompendo così l'isolamento prodotto dall'assistenzialismo, nonché l'attrazione di investimenti stranieri e no, ovviamente molto più disponibili, una volta bonificato il territorio e stimolata la crescita, perché non si favorisce la nascita di centri di eccellenza nel campo della ricerca scientifica, della sanità, della cultura (far lavorare nell'area cento premi Nobel, in fondo, non costa più di cento chilometri di inutile alta velocità ... )

In definitiva: più capitale umano, più classe dirigente, piu flessibilità generalizzata, più mercato, e non più una lira di assistenzialismo.

Ecco, di queste e altre semplici cose ha bisogno il Sud, e non di nuove agenzie, di lavori socialmente utili, di farraginosi e vuoti patti territoriali, di ipocriti contratti d area, di presunta flessibilità contrattata, in mezzo a persistenti e rigide gabbie regolative e burocratiche che nulla garantiscono e tutto tollerano e tutto giustificano.

Nonostante tutto e tutti il Sud è ancora vivo e vitale: spetta a noi dargli una mano, ma nella maniera giusta, però.

 

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