Renato Brunetta
Una ricetta: la flessibilità attiva.
Da "il Giornale" - 24 Maggio 1998
Le moderne società industrializzate si sono fondate, in questi ultimi due secoli, non senza contraddizioni e traumi, su un mirabile insieme di patti sociali che sono stati capaci di garantire benessere, stabilità e sicurezza.
Ogni patto sociale incorporava una sorta di equilibrio adattivo tra costi e benefici, tra dare e avere, per ogni gruppo di contraenti: nel patto salariale il lavoro viene scambiato, in ragione di una remunerazione certa, in cambio della cessione, da parte del lavoratore al capitalista del controllo sulla sua produttività; nel patto democratico ciascun cittadino cede allo Stato una parte della propria libertà, in cambio di sicurezza consapevole; nel patto sul welfare, attraverso la solidarietà pubblica e obbligatoria tra attivi e non attivi, con costi distribuiti su capitale e lavoro, si persegue equità e sicurezza intergenerazionali, mentre nel patto regolativo, che si basa sul mercato e sulla concorrenza, si cerca di coniugare efficienza e compatibilità sociali.
Nella storia, tutto sommato recente, del capitalismo industriale si è assistito, dunque, a una costante e lenta evoluzione di questi patti in ragione del mutare delle tecnologie, con rapporti costi-benefici, inclusioni-esclusioni, in continuo cambiamento.
Nellultimo ventennio, però, abbiamo dovuto sperimentare una sorta di rottura di questa dinamica di sincronie. Competizione globale, mondializzazione, nuove tecnologie dell'informazione mentre hanno scardinato nel profondo i vecchi compromessi sociali ed economici non sono ancora riuscite a costruire regolatori nuovi ed efficienti.
Così, in questa situazione, la ricchezza continua ad aumentare, ma l'occupazione diminuisce o diventa di cattiva qualità. Crescono disoccupazione ed emarginazione, cosicché il welfare state non ce la fa perché calano le entrate e aumentano le uscite. E non si sa più che pesci pigliare.
La cassetta degli attrezzi del policy-maker, progettata per un mondo che non cè più, sembra del tutto inutilizzabile: il liberismo spinto produce sì occupazione, ma di cattiva qualità e a bassa produttività; mentre il keynesismo, in tutte le sue varie accezioni, finisce inevitabilmente col produrre inflazione; l'utopia, poi, del lavorare meno, lavorare tutti porta allautoesclusione pauperista. Da qui l'impotenza dei governi, singoli o associati. Da qui la paura per il cambiamento e le conseguenti involuzioni sociali e ideologiche (dai conservatorismi sociali ai fondamentalismi politici, alle fughe in avanti sociali e politiche).
Nel frattempo le nuove tecnologie diventano sempre più pervasive e cambiano le nostre fabbriche, le nostre città, i nostri bisogni, la nostra vita.
Ma i regolatori sociali sono sempre gli stessi, quelli figli del Fordismo e del Taylorismo, della grande fabbrica, della prevalenza del lavoro salariato, dellequilibrio conflittuale tra capitale e lavoro.
Bel paradosso, non cè che dire: mentre il nuovo paradigma tecnologico chiede ai lavoratori sempre più qualità, intelligenza, progettazione, cuore; il vecchio ordine regolativo offre solo remunerazioni rigide, orari rigidi, organizzazione rigida del lavoro, e welfare in crisi.
Che fare? Le aspirine e ritocchi ovviamente non bastano; occorre piuttosto cambiare radicalmente le regole del gioco, soprattutto in campo distributivo, e arrivare senza rimpianti a separare progressivamente le due funzioni sino a oggi attribuite al salario: la funzione redristibutiva, che garantiva il valore di equità, da quella allocativa, che garantiva il valore efficienza.
In altri termini, nel nuovo paradigma tecnologico i salari devono poter essere flessibili e salire nei settori dove la domanda di lavoro cresce, e scendere nei settori dove la domanda di lavoro cala. Solo così le pressioni redistributive (il valore uguaglianza) possono diventare compatibili con il mercato (il valore di libertà di scelta), e con 1allocazione ottimale delle risorse che ne può derivare (il valore efficienza).
Ciò significa, seguendo l'inascoltata lezione del grande economista James Meade, persuadere la gente a concepire il salario non come strumento per ottenere una desiderabile distribuzione del reddito (a prescindere dai livelli occupazionali), ma come mezzo per promuovere il pieno ed efficiente impiego del capitale umano (la piena occupazione).
Perché solo con il pieno impiego prevarrà finalmente linclusione sullesclusione; il lavoro sulla disoccupazione, la sicurezza sulla precarietà, e andranno naturalmente a soluzione gli squilibri del welfare state (più occupati, più welfare).
Ma il salario (meglio, la remunerazione del lavoro) può essere pienamente flessibile solo se partecipa (nel bene e nel male) alle performance d'impresa; se, cioè, nel nuovo assetto distributivo, profitti e salari sono legati da un patto di partnership e non di conflitto.
Quindi non flessibilità passiva, subita, precanzzante; ma flessibilità attiva, voluta, qualificata, da partecipazione, appunto; da suddivisione del rischio sì, ma anche del potere nei luoghi di lavoro.
Il tutto all'interno di una rete di protezione sociale di tipo attivo, a capitalizzazione, figlia del pieno impiego, area per area, settore per settore, comunità per comunità.
Ebbene, questo potrebbe essere il modello vincente; la tanto cercata e sin qui mai trovata terza via. Ecco, in questa fine secolo, una bella sfida per le classi dirigenti e per la politica; una bella sfida per un sindacato che non voglia essere un puro e semplice fattore di conservazione egoistica e paurosa di un mondo che non c'è più.
C'è, dunque, tutto da progettare, tutto da inventare: e vincerà la partita della competizione chi saprà guardare lontano, chi saprà, ancora una volta, ma in modi nuovi, coniugare, al di là delle vecchie ideologie vetero-industrialiste, sempre i soliti grandi e ineludibili valori: l'equità, la libertà e l'efficienza.
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