Renato Brunetta

Creare lavoro.

Ricetta: più mercato meno sindacato

Da "il Giornale" - 7 Giugno 1998


Due, normalmente, sono le cause della disoccupazione: la carenza di domanda effettiva (situazione che produce un tipo particolare di disoccupazione, detta, per l'appunto, da domanda o keynesiana); oppure l'eccesso di costo del lavoro (e allora la disoccupazione si definisce come classica). In realtà, non esiste mai una situazione in cui sia presente solo l'una o l’atra occupazione: quasi sempre, infatti, ci si trova a fare i conti con squilibri misti.

Il buon policy-maker, prima di agire, ha, dunque, il dovere di effettuare diagnosi corrette, per distinguere e individuare appunto temporalmente, territorialmente, quali-quantitativamente i vari tipi di disoccupazione che vuole combattere, dal momento che ciò che serve per eliminare la disoccupazione keynesiana (come più investimenti e più sviluppo) è del tutto inefficace, se non proprio controproducente, nei confronti della disoccupazione da costi; mentre, di converso, ciò che serve per quest'ultima (meno salari, meno tasse, più flessibilità) è del tutto inutile per eliminare la disoccupazione da domanda.

Applicando questa semplice chiave di lettura teorica alla situazione italiana, tutto finalmente appare chiaro: su una disoccupazione di massa strutturalmente localizzata al Sud insistono da sempre, in maniera inestricabile e perversa, tanto enormi carenze di domanda, quanto patologici eccessi di costi, in ragione, soprattutto, di una endemica bassa produttività dell'intera regione.

Ma non basta, perché, a complicare le cose, nel nostro Sud ci si mette pure un mercato del lavoro che non funziona (del resto, come potrebbe?): si offrono diplomati e laureati, e si domandano braccianti agricoli; si offrono (pochi) posti di lavoro nel settore privato arretrato, se ne domandano (tanti) nel settore pubblico; si offrono salari relativamente bassi in settori non propriamente appetibili, si domandano retribuzioni alte in settori protetti e garantiti come lo Stato e la pubblica amministrazione in genere. Il tutto nella più completa stagnazione sociale.

Proprio in questo dialogo tra sordi tra domanda e offerta di lavoro prolifera l'economia sommersa che, di fatto, consente ai tanti disoccupati, più o meno volontari, di aspettare, anche per anni, il "loro" posto di lavoro. Se, poi, al sommerso aggiungiamo, a completare il disastro, l'assistenzialismo, ne risulta un mercato fatto di tanti disoccupati ufficiali, che in gran parte lavorano nel sommerso, che percepiscono sussidi direttamente o indirettamente tramite le loro famiglie, e che, pertanto, finiscono con l'avere un salario di accettazione (il salario al di sotto del quale si preferisce rimanere disoccupati) troppo elevato per consentire un qualche riequilibrio. Insomma una situazione bloccata.

Le cose da fare sarebbero semplici e poche: contro la disoccupazione keynesiana (da domanda) più sviluppo, più investimenti pubblici a infrastrutture, e più investimenti privati produttivi. Contro la disoccupazione classica (da costi) più flessibilità salariale (in ragione della più bassa produttività), meno tasse sulle imprese, meno tasse sul lavoro, meno vincoli contrattuali e normativi. In parallelo, chiusura di tutti i rubinetti dell'assistenzialismo, nonché l'abbassamento del salario d'ingresso nel lavoro pubblico, così da renderlo meno appetibile e spiazzante; un netto miglioramento, infine, dell'offerta scolastico-formativa.

Facile a dirsi, ma difficile a farsi perché, innanzitutto, risorse adeguate per necessari investimenti non ce n'è a sufficienza: l'egoistico mantenimento, voluto dai sindacati, delle costose pensioni di anzianità e di un welfare sprecone non lasciano spazio, in clima di finanza pubblica restrittiva, per almeno tutto il prossimo decennio, per nessun tipo di intervento di ampio respiro. Neanche gli investimenti privati si muovono, preferendo andare altrove, dove le cose sono più facili, il lavoro costa meno.

Sul fronte dei costi, e siamo al masochismo sociale, la volontà del sindacato di applicare comunque al Sud gli stessi livelli salariali vigenti nel resto del Paese - nonostante la più bassa produttività - blocca qualsiasi possibilità di riassorbire la disoccupazione classica e di fare emergere il sommerso. In questo scenario, limitati sconti e deroghe ipocrite servono a ben poco (per non parlare dei nefasti effetti proprio sul costo del lavoro che avrà l'adozione, per legge, delle 35 ore...).

E così, la disoccupazione non viene in nessun modo intaccata; il lavoro nero dilaga, e l'assistenzialismo, per forza di cose (e di piazza), continua imperterrito; gli investimenti pubblici e privati non arrivano, mentre la pubblica amministrazione rimane, per i più, il rifugio sognato, con una scuola che continua a sfornare diplomati e laureati di cattiva qualità che nessuno vuole. La classica spirale del sottosviluppo.

Se così stanno le cose, signori del governo e del sindacato, non sarebbe ora di farla finita con le inutili chiacchiere, i barocchi tavoli concertativi (triangolari o quadrangolari che siano), gli appelli ora minacciosi ora buonisti al mondo delle imprese?

La nostra disoccupazione si vince, è bene ripeterlo, solo riducendo la spesa pubblica corrente, trovando, così, le risorse tanto per abbassare le tasse sulla produzione, quanto per nuove infrastrutture, con conseguente più domanda, più società civile, più flessibilità, più mercato nel mercato del lavoro, il tutto soprattutto al Sud. Altra strada non c’è.

 

Ritorna alla Pagina Precedente