Sandro Bondi

Le ragioni del liberismo.

La svolta a sinistra svela i suoi limiti.

Da "il Giornale" - 1 Dicembre 1998


La svolta socialista in Europa ha rivelato già tutti i suoi limiti. É bastato poco tempo per capire che la sinistra, giunta la potere in Francia, in Germania e in Italia, ha abbandonato solo a parole la sua inveterata vocazione all statalismo e a un soffocante controllo della società. Rispetto a quella tendenza generale, si distingue, in parte, soltanto il laburista Tony Blair, unicamente perché egli dimostra di avere assimilato interamente la lezione della Thatcher.

La maggior parte dei commentatori, tuttavia, ha creduto di spiegare il successo ottenuto dalle sinistre in Europa con la capacità di fornire una risposta più conveniente, rispetto a quella liberale, alle inquietudini di una società insicura di fronte ai processi di globalizzazione economica.

Si è finito per dare eccessivo credito alle parole d’ordine lanciate dalle forze socialiste, il nuovo laburismo di Blair, il nuovo centro di Schroeder, l’Ulivo di prodi, fondate sulla promessa di una maggiore libertà di iniziativa economica capace però di conservare le conquiste più importanti dello Stato sociale. L’immagine di una sinistra in grado di tenere insieme l’esigenza di un maggiore sviluppo economico e l’attenzione verso i problemi sociali è stata vincente.

Soprattutto perché le proposte degli avversari sono state sistematicamente bollate con il marchio del liberismo più sfrenato, agitando il pericolo che a prevalere fossero gli istinti selvaggi del capitalismo rispetto alle esigenze primarie di socialità e di solidarietà.

É chiaro che se lo scontro fra destra e sinistra viene posto in questi termini, la scelta non può che cadere a favore della sinistra. Ma la disillusione di molti intellettuali nei confronti dell’esperienza di governo offerta dalle sinistre è stata molto rapida. Sono emersi i perduranti caratteri ideologici, l’impreparazione, la disinvoltura, perfino l’ipocrisia della sinistra. La realtà, che si è voluto ignorare, è riemersa prepotentemente. Così come la comoda contrapposizione fra un socialismo rinnovato e un consunto liberismo ha dimostrato di essere una semplice mistificazione, buona soltanto per alimentare la propaganda della sinistra.

In realtà, gli avvenimenti di queste ultime settimane confermano che in Europa la vera linea di demarcazione passa tra una sinistra ancora intrisa di statalismo e schiacciata dal peso insostenibile dell’ideologia, e una destra non più conservatrice, bensì protesa nel futuro e decisa a far prevalere i principi di libertà e il primato della società civile rispetto alle pretese invadenti dello Stato e degli apparati politici.

In Italia chi ha affermato prima questi principi, non del liberismo, ma della libertà in tutte le sue forme, molteplici e vitali, in opposizione al trionfante ritorno della cultura comunista, è stato il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. C’è voluto non un politico, ma un imprenditore per ricordarsi che la libertà non è graziosamente "concessa" dallo Stato, perché essa viene prima dello Stato. La libertà è un diritto naturale, che ci appartiene in quanto esseri umani e che semmai fonda lo Stato. Da questa concezione scaturisce anche il federalismo e il principio della sussidiarietà, cioè l’affermazione dell’autonomia della società e della persona rispetto al centralismo burocratico dello Stato e dei partiti.

Esattamente il contrario di ciò che sostiene la sinistra, e cioè la rivendicazione del primato della politica e dello Stato, inteso come una forma superiore di moralità. La ragione per la quale la sinistra italiana non è riuscita a liquidare Silvio Berlusconi, neppure attraverso una formidabile persecuzione giudiziaria, risiede nel fatto che egli ha dato vita a un movimento di massa, forte di passioni e di valori profondamente radicati dell’idea della libertà. Il fondatore di Forza Italia ha resistito e resiste ad un attacco concentrico di tutti i poteri forti, perché è riuscito a fondare una nuova religione della libertà e rende possibile un nuovo modo di fare politica che sia espressione più alta della società civile. Una politica che non pretende di regolare e assoggettare ogni aspetto della società civile, ma si proponga di svilupparla nel segno della libertà e di una maggiore civiltà.

 

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