Intervista a Pietro Blondi, neopresidente dei commercianti dell'Emilia-Romagna: «Il ruolo del terziario in Italia non viene riconosciuto».

«Oggi siamo noi che trainiamo il Paese».

Da "il Resto del Carlino" - 13 Novembre 1999


«Non siamo più gli untori di una volta, quelli che evadevano le tasse e si prendevano le colpe di tutto il paese.  Il terziario oggi è un'altra cosa, ha un ruolo trainante che però non ci viene ancora riconosciuto».  L'appello viene da Pietro Blondi, modenese, neo-presidente dell'Associazione commercianti dell'Emilia Romagna, alla guida di una categoria in apnea fra modernizzazione e antiche sudditanze.

Non potete lamentarvi: i consumi sono in ripresa, il Governo per la prima volta riduce le tasse.

«I consumi finora sono stati fiacchi.  E questa riduzione delle tasse io ancora non l'ho vista.  Quel che è certo invece è un costante aumento delle tariffe.  E poi il problema non è l'1% in meno di aliquota».

Che cosa si dovrebbe fare allora?

«Il governo dovrebbe usare la leva fiscale non per fronteggiare un'emergenza o per accogliere qualche protesta.  La riduzione delle tasse deve essere una filosofia di sviluppo, deve servire per rilanciare l'economia e l'occupazione.  E poi bisogna tagliare davvero la ragnatela burocratica che ci soffoca».

La legge Bassanini non funziona?

«Le cito un piccolo caso personale: per trasferire un negozio a Carpi in uno stabile sulla stessa strada a distanza di pochi metri ho dovuto compilare un modulo di 14 pagine per il Comune.  E poi mi hanno chiesto un certificato di abitabilità introvabile e che stava negli stessi uffici del Comune.... Alla faccia della Bassanini».

A parte la legge antireciclaggio che vi trasforma in 007 che cosa teme di più dal Parlamento?

«Temo la spada di Damocle delle Rsu, le rappresentanze sindacali nelle piccole imprese sotto i 15 dipendenti.  Abbiamo appena chiuso il rinnovo del contratto di lavoro del commercio dopo 8 mesi di trattative ed è stato un buon contratto che per la prima volta raccoglie l'esigenza di flessibilità del settore.  E poi adesso ci ritroviamo sotto la minaccia di un sindacato in negozio dove titolare e dipendenti stanno tutto il giorno fianco a fianco e hanno gli stessi problema.  Questa è davvero una mina vagante.»

Almeno funziona la legge Bersani di riforma del commercio?

«Ci sono per la prima volta dei principi corretti ma abbiamo grossi ritardi.  E' un intreccio di competenze fra Regione, Province e Comuni per preparare questi famosi piani regolatori del commercio.  Che sono complicati e che ancora non si vedono».

Con quali rischi?

«Che nel silenzio e nei ritardi ci sia poi una ulteriore moltiplicazione dei supermercati».

Ce l'avete con la grande distribuzione?

«Per niente, la grande distribuzione è un modello distributivo indispensabile.  Contesto invece i modi di questa escalation.: troppi ipermercati in troppo poco tempo.  In certe zone, anche in Emilia, c'è stata un'indigestione che fa male a tutti.  E poi sottolineo anche l'anomalia locale emiliana: qui c'è la distribuzione monomarca Coop-Conad che non va a beneficio del consumatore e della libera competizione commerciale».

Per il piccolo dettaglio che spazio resta?

«Molti esercizi hanno chiuso, c'è un saldo negativo.  Spariscono i negozi famigliari, crescono le imprese con più dipendenti, nascono iniziative nei nuovi settori, anche nel turismo e nella ristorazione.  E poi si profila il commercio elettronico, che rimescola tutte le carte e che è un rischio e insieme una opportunità».

E' un segnale di modernizzazione...

«Certo, è una forte trasformazione.  Ma questo crea anche un forte disagio sociale nella categoria, un malessere che va ammortizzato.  Noi non vogliamo rottamare nessuno».


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