L'immagine di Brescia nella storia

di Roberto Chiarini, Storico di origini bresciane, 1995

Ordinario di Storia Moderna presso l'Università Statale di Milano

****

L'immagine di Brescia riflessa nel largo pubblico è oggi quella della della "città del tondino": metafora, forse un po' datata ma pur sempre efficace, della sua tradizionale operosità ed intraprendenza. Per chi viceversa ha memoria di più antiche glorie essa è "la Leonessa d'Italia". Il riferimento è alle epiche "dieci giornate" nel corso delle quali la città tenne eroicamente testa - siamo nel marzo del 1849 - alle truppe del comandante austriaco Haynau. Sono due immagini assai diverse che bene esprimono due diversi modi - e due diversi tempi - nei quali Brescia è stata storicizzata nella memoria collettiva. La prima ha colto come tratto distintivo della città un aspetto economico-produttivo. La seconda ne ha fissato una virtù etico-politica. Sono due immagini affatto omogenee, tanto disomogenee da apparire quasi indeclinabili tra loro. Ma se si guarda bene, si scopre che possono essere considerate due facce di una stessa medaglia. colgono due aspetti differenti ma complementari di uno stesso processo, al termine del quale c'è l'attuale posizione di Brescia moderna città idustriale, saldamente inserita nel tessuto civile e produttivo dell'Italia - oltre che dell'Europa - eppur con un'individualità spiccata.

Di questo processo la prima immagine, intonata alla sensibilità propria della "civiltà del benessere", evidenzia l'assolvimento di un ruolo: quello produttivo. La seconda - che cronologicamente e logicamente si riferisce, però, ad un momento precedente - sottolinea con gli accenti propri della retorica patria la conquista di un'identità collettiva, culturale e politica, conditio sine qua non di una successiva affermazione anche economica. Libertà politica e competitività economica sono due esiti di un lungo, lento e tormentato percorso iniziato molto prima.

Senza perdersi nella leggenda delle origini, si può ricordare che Brescia è stata prima la capitale dei cenomani, genti venute dalla Francia settentrionale attorno al VI secolo a.C. Entrata, a partire del II secolo, nell'orbita romana, diventa prima "municipio" e poi "colonia civica augusta". Conosce successivamente, come del resto tutte le altre parti dell'Italia settentrionale, le traversie di un Impero declinante, le incertezze e le crudeltà delle invasioni barbariche. Subisce infine le dominazioni: longobarda (VI-VIII secolo), carolingia (VIII-IX secolo) e sassone (X secolo).

Bisogna che passi il mille perché Brescia assuma il profilo meno labile di terra autonoma. E' dopo il 1100 che si ha traccia del "comune libero" di Brescia. Le lotte condotte contro Federico Barbarossa e, a distanza di circa mezzo secolo, Federico II, unitamente alla crescita demografica ed al fervore economico che conosce con il nuovo millennio, le conferiscono i tratti che conserverà sino all'epoca contemporanea. Quando nel 1429 Brescia entra a far parte della Repubblica Veneta, essa presenta una conformazione del territorio e dell'economia già ben strutturata che sarà ridisegnata - senza peraltro essere stravolta - a partire dall'Ottocento dal vento del cambiamento sollevato da una progrediente industrializzazione.

Due sono i tratti che caratterizzano sin da allora la provincia di Brescia: un tessuto produttivo diversificato e per certi versi integrato; un rapporto fra città-campagna che, pur tra alti e bassi, tra tensioni e conflitti, anche aspri, si mantiene però sempre all'interno di un sostanziale equilibrio.

In una civiltà rurale la nota dominante è offerta dal paesaggio agricolo. Esso presenta sin dai secoli XIV e XV una tripartizione, cui corrispondono tre diverse conformazioni del terreno e tendenzialmente anche tre tipi di conduzione, tre indirizzi colturali, tre assetti sociali. C'è anzitutto la fascia occidentale e centrale della pianura, la più fertile sia perché favorita dalla disponibilità di risorse idriche rappresentata dai fontanili e dai fiumi Oglio e Mella sia perché è fatta oggetto ben presto di cospicui investimenti da parte di nobili e borghesi arricchitisi nei commerci che la dotano di valide opere idrauliche. Qui si trovano le proprietà - soprattutto cittadine - più estese; l'agricoltura si avvale in maniera sistematica della pratica degli avvicendamenti; inoltre il prato magro lascia il posto ben presto al prato irrigatorio, a tutto beneficio di una più elevata produttività. Diverso il destino della zona orientale della pianura. Questa è meno valorizzabile perchè asciutta. si trova quindi nelle condizioni di privilegiare il prato stabile, oltre naturalmente, nella parte aratoria, la coltura dei cereali, coltura predominante in tutta la pianura. La fascia mediana della provincia è occupata da terreno collinoso che ben si presta - come ad esempio nella Franciacorta - alla coltura della vite e, nelle parti prospicienti ai laghi, dell'ulivo. E' questa una zona in cui prevale il piccolo possesso. Esso in certa misura resiste anche nella pianura asciutta o alta, dove a prevalere è però la proprietà medio-grande. Forma di contratto dominante nel paesaggio bresciano è la mezzadria, che è praticata sia nella zona pianeggiante che in quella collinare, nella media come nella grande proprietà. Resta la fascia montana, riservata al pascolo ed al bosco, zona per eccellenza di resistenza della proprietà contadina e comunale. Nel complesso, la varietà della natura dei terreni, la molteplicità delle colture, la diversificazione degli avvicendamenti: tutto concorre a rendere l'agricoltura bresciana relativamente ricca a paragone delle altre plaghe non solo italiane ma anche europee.

Buone condizioni di partenza gode Brescia anche nelle attività di trasformazione. La disponibilità di fonti energetiche - come le cadute d'acqua e il legname - e di alcune materie prime - in primis di quelle minerarie - le conferisce un indubbio vantaggio rispetto alle terre settentrionali. si può dire anzi che essa rappresenti una delle più rilevanti, se non la maggiore, concentrazione manifatturiera della terraferma veneta sia per la quota degli occupati che per la molteplicità dei rami praticati. La più alta densità manifatturiera si registra nella parte settentrionale, dove si tramanda di generazione in generazione l'attività dell'estrazione e lavorazione del ferro. Armi, carta, lana, lino, "grassine" (formaggio e burro) sono le altre principali e tradizionali "industrie" del Bresciano. Anche dal punto di vista manifatturiero si tratta di una regione per così dire integrata e, grazie anche ad una politica ben ponderata di esenzioni fiscali e privilegi daziari quale è quella praticata con continuità dalla repubblica veneta, anche ben inserita nei mercati extra-provinciali.

Un assetto diversificato e bilanciato dell'attività economica - agricola e non - contribuisce a sedimentare un'articolazione del territorio sufficientemente equilibrata, senza cioè che si stabilisca la predominanza netta di un centro, nemmeno nella città-capoluogo. E' vero che per tutto il quattrocento i cittadini riescono a scaricare sulle spalle dei rurali gran parte degli oneri fiscali, ma non si deve dimenticare che dalla seconda metà del secolo successivo si registra un tendenziale riequilibrio. Soprattutto, tra capoluogo e contado si stabilisce una compensazione economica che viene difesa anche nell'ordinamento giuridico. Le comunità rurali si organizzano sia individualmente che come Corpo organizzato che rappresenta tutto il contado. Sono la Valcamonica, la Riviera di Salò, Chiari, Orzinuovi, Asola le realtà provinciali che tra il XIV e il XV secolo si assicurano forme di autonomia amministrativa. Ma è in genere tutto il Territorio che cerca con le sue istituzionidi arginare l'offensiva più volte rilanciata dalla città a danno della periferia.

In questo percorso verso la modernità Brescia conosce molte battute d'arresto: demografiche (a causa di carestie e pestilenze, la più grave delle quali è quella che s'abbatte sulla città nel 1578 e costa più di 60.000 decessi), politiche (basti ricordare l'assedio e poi la distruzione del capoluogo per mano di Gastone di Foix nel 1512), commerciali (come la sostanziale interruzione nei traffici d'armi con l'estero a seguito della stretta daziaria decisa da Venezia). L'autentico secolo nero è però il Seicento. Brescia condivide - è vero - con il resto dell'Italia i costi di una pesante congiuntura economica. Di specifico sconta le difficoltà che l'incipiente decadenza della Repubblica Veneta scarica sulle province della Terraferma. Il calo demografico (perde quasi centomila abitanti in meno di un secolo) è solo la spia più allarmante di un peggioramento generale della vita provinciale. Diminuisce la popolazione lavoratrice, molte terre vengono lasciate incolte, si riducono gli investimenti, calano produzione e produttività. Non fa eccezione l'attività manifatturiera. Prima vittima è l'estrazione e la lavorazione del ferro. Solo in Valtrompia chiudono più di 30 miniere. Altrettante sono le fucine abbandonate. In città si riducono di due terzi le botteghe dei maestri armaioli. Ma è tutto il comparto manifatturiero a soffrire: dalla produzione del refe - tradizionale sulla Riviera - a quella della lana. Nel complesso si calcola che Brescia lasci sul campo quasi il 50% del suo capitale produttivo.

Nel Settecento il cammino riprende. Si sconta certo un generale arretramento. Ma non tutto il male viene per nuocere. La crisi ha inciso sì sulla struttura della società. Intere fasce della popolazione sono sì impoverite. Al contempo, però, nuovi gruppi sociali sono entrati nella cerchia della classe dirigente, nuove frontiere si sono aperte. Il volano della trasformazione sono l'agricoltura e quella nuova attività ad essa collegata che si rivelerà la vera risorsa strategica per il risollevamento della campagna: la coltura del gelso e la relativa trattura e filatura della seta. La "rivoluzione del mais" consente più alte rese e ciò, oltre ad arrecare sollievo alla piaga della sottoalimentazione, consente di riguadagnare margini di produttività ad un'agricoltura stremata, per quanto accresciuta di peso nel generale panorama di decadenza dell'economia provinciale.

La via alla trasformazione sociale e produttiva della società bresciana è aperta però dalla coltura del baco da seta. Esso si inserisce positivamente nel ciclo produttivo delle campagna; fornisce un'integrazione decisiva agli scarsi redditi agricoli; collega stabilmente l'economia locale con i mercati esteri, specie del Nord Europa; alleva una messe di energie imprenditoriali e costituisce un'accumulazione di capitali che poi si diffonderanno proficuamente in tutto il circuito produttivo provinciale. L'allevamento del baco si diffonde presto in tutta la zona collinare, nell'alta pianura ed anche nelle valli. La trattura della seta, e presto anche la filatura, sono praticate all'inizio con caratteri di estrema dispersione. Non tardano comunque a sorgere anche i primi centri di promozione e concentrazione di questa attività. Chiari e Palazzolo sull'Oglio ne sono l'epicentro.

Quel che la gelsibachicoltura fa per la fascia collinare e la pianura, lo procura per la montagna, almeno in parte, la lavorazione e il commercio dei formaggi. L'industria casearia - si legge in un documento dell'epoca - è diventata "uno dei maggiori e forse il maggiore de' prodotti della veneta Lombardia che diffondendosi nei Stati vicini e lontani attrae il denaro".

Solo la città fatica a riprendere il passo. Qui, a parte l'intensificazione dell'attività edilizia per merito soprattutto della Chiesa locale e delle famiglie patrizie (si aprono allora i cantieri del Duomo nuovo, della Biblioteca Queriniana e del Teatro Nuovo) non si segnala nessuna promettente ripresa. Alla metà del secolo il vescovo Molin censisce 4.200 "artefici" e ben 13.000 "poveri", "quasi tutti miserabili contadini o miserabili artigiani". Difficoltà e incertezze che si dilatano all'intera provincia sul finire del secolo, quando subentra la dominazione francese, con il conseguente "Blocco continentale". Gli operatori economici sono costretti a riconoscere che i tempi della soggezione a Venezia, al paragone, aveva rappresentato tutto sommato una vera "età dell'oro".

Succede poi la dominazione austriaca che gela i fervori innovatori dell'insorgente classe dirigente patriottica e liberale costringendo la società locale ad affrontare di petto il problema del suo riscatto, all'interno del quale politica ed economia finiscono per saldarsi insieme. Dominazione austriaca a parte, nel corso della prima metà dell'Ottocento a Brescia, come in tutta la Lombardia, si approfondisce il processo di sviluppo economico avviatosi nel secolo precedente. Anzi è forse proprio questa crescita a stimolare una rivendicazione di ruolo da parte dei ceti - borghesi e nobiliari - emergenti. Sotto la pressione di un'accentuata domanda estera, anche l'agricoltura bresciana risente positivamente di una generale fase espansiva. Nuove energie si mobilitano permettendo all'economia provinciale di ritagliarsi, all'interno di una divisione del lavoro di un'Europa manifatturiera, uno spazio come fornitrice di prodotti agricoli e di semilavorati, della seta in particolare.

E' sullo sfondo di questo processo che va collocato il risveglio di una coscienza nazionale che individua nella creazione di uno Stato libero, indipendente ed unificato, la condizione di un futuro progresso, stabile ed allargato. L'ideale patriottico non si configura come la semplice proiezione politica delle forze economiche interessate alla modernizzazione della società locale. Troppo esigua è la loro base perché possano esercitre un'influenza vasta. Per mobilitare un fronte più ampio capace di incrinare la dominazione austriaca e mettere a frutto le possibilità - e le aspettative - di sviluppo e di progresso, l'idea di patria deve far crescere la sua rappresentatività ed operare sul terreno politico quel che sul solo terreno economico la società locale non ha la forza di fare. In effetti l'aspirazione nazionale alla fine riesce ad affermarsi come il punto di coagulo sia di motivazioni di diversa matrice (economica, fiscale, culturale, morale, politica) sia id forze di diversa provenienza. La nutrono non solo nutrite schiere dell'aristocrazia, il grosso della borghesia imprenditoriale ed intellettuale, rurale ed urbana, ma anche larghe fasce di ceti medi e, in parte almeno, spezzoni dello stesso mondo popolare. Le gesta di Brescia "Leonessa d'Italia" sono la premessa perché essa possa diventare anche "la città del tondino", ed oltre.

 

Torna alla pagina precedente

Ritorna alla Pagina Precedente